ANNA MARIA FARABBI
Poesie scelte

***


ciò che non posso contare ripetere nominare    transita

in una sonora transumanza invisibile

dalla pianta dei miei piedi alle suture craniche


nel plesso solare mi dimoro

quando mi chiamo mi rispondo vento



***


Non ha il becco eccessivo

la passerina che canta bene



***


trapassata la mezzanotte

sono le sei dell’alba.


torno a casa per stanchezza

non per amore.


e ancora una volta

sbaglio.


Il fulmine convoca la terra e il cielo

in un punto.

C’è un punto biancastro nel tuorlo

dov’è il germe. C’è

un punto di attacco nel fiore

che è l’ombelico esterno

nel luogo dei semi.

Lì sporge il sole e chiarisce

il mondo.


Anche quest’anno per presunzione

ho dato per scontata l’esistenza

della luce nel paesaggio:

il lavoro della luce

nelle forme del paesaggio.

Ho finito per scordare

che il ciliegio ha la testa

e che in primavera è più leggera

perché dalle radici sverna in petali

rosa. Uno

è il battere e uno

il levare della passera

che ora le sta dentro

per cantarla.


Mi fa accorgere del mondo.


Alle sei dell’alba il ciliegio è fermo.

Ma scrivo una bugia.



***


io con un bacio, signora scrittura,

ti rovescio la frusta,

e te la lecco per farti l’amore.


Signora che mi schiocchi la lingua

e me la metti in pista quando ti pare

in mezzo alle vertigini scorticanti

dei venti,

lì.

Lì che si spoglia e gira su sé stessa

come una poverina frenetica e balbuziente

che non sa ballare perché è zoppa dalla nascita e sta lì.

Lì che gira e non riesce ad estirpare

l’origine

di una parola decente.


Signora che per accarezzarla

la rastrelli

e lei, lì, zitta e analfabeta che mi trema in bocca

con niente che la possa congiungere

alla gola in me.


Splendida umida padrona che sei, sia così,

mi va bene così,

fin tanto che so narrarti e che so.


Ma in questa notte verdelunare

con tinte aranciogiallastre velocissime

di stelle cadenti sputate via dal

cuore,

ci sono. E sto ferma, in piedi.

Precisa dal mio battito cardiaco

alla filtrazione delle due

tempie.


Ti punto

scoccandoti sulla fronte

le mie lucciole canicolari

perché ho voglia di fare l’amore con te

dalla mia lingua

in giù.


Cos’è     ti spiego cos’è

un bacio lavico

e quel che vedrai e ciò che

sentirai

in mezzo allo scandalo di questa notte:

ti dico per esempio, e intanto

ti lecco le labbra,

che tra le papille bagnate

c’è il mio paese che è la lingua mia

dentro cui parole perpendicolari abbastanza

si sono fatte alberi

fiori e frutta

e campano quasi in silenzio.


Si spogliano dentro i tuoi venti, sì,

ma ricrescono da soli

con i soli che mi salgono,

nelle primavere forti, in bocca.



***


Con un bacio, amore, hai sdraiato i fianchi

della montagna.

Gli orti strettissimi a terrazza innaffiati dentro la guerra

caricando la schiena piagata dei muli

di borraccette bucate acque rubate

ora sono fanghiglia sul tuo palmo

aperto. Odori.


Hai baciato la mia lingua

e io in lei sono morta

ondulata

nel tuo silenzio primitivo.

Bagnata analfabeta liquor

oralità venuta

nella tua bocca.


Con il tremore interiore delle nascite.

Commossa

offrendo la mia soletudine regale.



epitaffio


anna maria farabbi

piccolissima

dorme.


La casa è grande.

Le acque le terre i fuochi e le arie.

L’amore. Il meridiano che anche nel sonno

mi percorre.



***


Quei ciottoli nerissimi lisci quasi morbidi     qua e là

sugli infiniti ori

della sabbia calda. Tu che mi chiedevi da dove venisse

tanta luce     se il soffitto mancava completamente di luna e di stelle.

Dalla terra da sotto dalle profondità della nostra pancia

dalle intermittenze lucciolari dell’inguine

dalle scintille cardiache del sotterraneo oriente     ti risposi.


E cominciai a leccarti le dita, imparando dai cani.

A toglierti con la lingua la necessità degli occhi

a premere le tue labbra con trasparenze animate    garze

di baci, per obbligarti a tremare

in tutta la tua friabile estensione.

Per sentire l’imminenza

la velocità del vento nel sangue

il creato intero nel sangue.


Per barattarci nell’intimità

attraverso la creazione. Perché fare l’amore

è agire e ricevere la creazione.


Quei ciottoli notturni vivissimi quasi liquidi    qua e là

sugli infiniti riti

della spiaggia.



***


Faccio l’amore in terra.

Tango:

la fisarmonica l’aia tacco e punta

profondamente tacco leggermente punta

dentro

la mia rosa.


I gialli della mietitura

mi colano dal labbro. L’oro

prugna.

Goccia il miele sul capezzolo. Ombelico

da cui sgorga succo d’uva.


Il mio nome ha faccia di lupa

la tana in corpo

al posto del pelo

flora.



***


Porto con me la bestia e la foresta intera

battendo la mia pelle di tamburo.


Il dolore è basso. Cammina

dentro le piante dei piedi.

Mi bruca la pancia.


Ma nell’ombelico profondo

mia madre canta.



***


                                                   dedicato ai poeti di corte

                                                              ai loro giochi

                                                          nel giardino del re


Perché non vivo in paese e non mi fermo

a chiacchierare sedendo con loro     tra plastiche e aiuole.

Perché la parola ha in me un luogo e un tempo profondo

cammina dentro i miei piedi imparando

respiro ciclicità vocabolario e grammatica     dalla terra.

Perché mi ritiro nella preistoria del dire e della scrittura

mi allontano da me stessa per rientrare intimamente


in mia madre. Con me

la magnifica bestia si meraviglia e si trasforma.

Che me ne faccio del re?

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Anna Maria Farabbi (1959) è nata e vive a Perugia, sebbene consideri come proprio luogo d’origine Montelovesco, località appenninica fra Gubbio e Umbertide che ricorre nella sua opera anche attraverso il peculiare dialetto. Esordisce nei 7 poeti del Premio Montale 1995 con Firmo con una gettata d’inchiostro sulla parete. Numerosi i libri di poesia che seguono: dai due centrali usciti per Il Ponte del Sale – Adlujè, 2003 e Abse, 2013 – ai titoli pubblicati con LietoColle: Il segno della femmina, 2000, Solo dieci pani, 2009, La casa degli scemi, 2017 e presso altri editori: Fioritura notturna del tuorlo, 1996, La magnifica bestia, 2007, Dentro la O, 2016, oltre a varie plaquette e edizioni d’arte (tra esse: Io sono pane al pane e vino al vino, 2021). Nel 2022 La via del poco, in coedizione Al3viE e Pièdimosca, ripropone le prime introvabili raccolte della sua produzione poetica. In parallelo, Farabbi esprime il proprio percorso di costante riflessione su identità femminile e collettiva e un impegno anche sociale attraverso testi che contaminano i generi letterari, fra saggistica, narrativa, prosa lirica, inserti di versi, meditazione: Nudità della solitudine regale. Marginalia, 2000; La tela di Penelope, 2003; leièmaria, 2013; Il canto dell’altalena. L’oscillazione della figura tra il gioco e il mito, 2021. È autrice anche di teatro (La morte dice in dialetto, 2013) e letteratura per ragazzi (Caro diario azzurro, 2013, Talamimamma, 2015, La notte fosforescente, 2021) e curatrice-traduttrice (Kate Chopin, Louise Michel).



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Testi selezionati da La via del poco (Al3viE e Pièdimosca, 2022)