
Parallasse
AMÍLCAR CABRAL.
SOGNARE UN ALTRO MONDO
di Neil Novello
Amílcar Cabral, il «leader indiscusso della lotta di liberazione che portò Capo Verde all’indipendenza» è stato un poeta. Rosa Negra, il titolo di una «selezione» pubblicata da Fefè, con testi critici di Francesco Marrocu e Marco Bucaioni, reca un eloquente sottotitolo editoriale, Venti poesie per un mondo migliore. La poesia di Cabral si affida alla «speranza in un mondo diverso, più giusto», come scrive Manuel Amante da Rosa in una noticina sulla soglia del volumetto. La poesia, dunque, e la sua finalità etica, civile. Così Cabral espone un’idea rivoluzionaria e la consegna alla forza politica del verso, la testimonianza di un discorso poetico contro la violenza, il colonialismo portoghese, l’ingiustizia.
Quando Cabral ha poco più di vent’anni, alla metà degli anni Quaranta del Novecento, inizia a manifestare, come scrive Marrocu, il suo «rifiuto alla politica di assimilazione», a denunciare la «subalternità culturale degli africani». Gli anni trascorsi dal poeta in Portogallo, almeno dal 1945 in poi, da un lato coincidono con gli studi universitari di agronomia, dall’altro con l’«opposizione antifascista». Tuttavia l’antifascismo portoghese e l’indipendenza delle colonie (Capo Verde e Guinea Bissau) istituiscono traiettorie di lotta che non pervengono a un’univoca sintesi politica. Rovesciare il regime portoghese, nella società lusitana del dopoguerra, profila un campo d’azione quasi esclusivo per gli antifascisti, un campo distinto – per usare una celebre categoria di Fanon – dalla lotta anticolonialista a favore dei «dannati della terra».
Antifascismo e anticolonialismo non equivalgono né l’antifascismo portoghese muove da esclusive ragioni anticolonialiste. È in questo retroterra storico-culturale che acquisisce forma politica la lotta degli intellettuali e dei poeti africani per la liberazione dal colonialismo europeo e da quello portoghese. E l’opera in versi di Cabral, nel nome dell’impegno ripensa lo statuto stesso della poesia impegnata.
In Rosa Negra, però, il discorso poetico, fortemente metaforico, finanche allegorico, opera la denuncia dall’interno di un dettato visionario. Più che a un nuovo mondo, un mondo restituito a sé da una solida Realpolitik poetica, Cabral si affida all’immaginario, quasi a un empito senza radici, a una fantasticheria in versi in cui immagina l’esaudimento del proprio «Sogno».
In un testo come Navi senza meta, la visione di Cabral innesca un orizzonte di redenzione. Le isole di Capo Verde («le nostre isole / navigano tristemente…»), insufflate dal Dio della liberazione vagano in mare aperto alla ricerca dell’«Infinito». L’arcipelago sognatore di Cabral, le sue isole-«caravelle» recano nell’oceano il loro destino, anzi ne sono gravide, e ciò è immaginato in nome della «Fame», della «Sventura», anche della «Morna», il genere musicale tradizionale di Capo Verde:
Senza destino e senza scopo,
sole,
disperse,
emerse
noi andiamo,
sognando,
soffrendo
in cerca dell’Infinito!
Ancorate e tratte lontano da un «Sogno» di liberazione, le isole di Capo Verde solcano il mare, in libertà. La visione di Cabral, dunque, si affida al movimento, alla fuga dall’origine anelando un’alterità senza nome, un generico «Infinito» in contrasto con la finitezza storico-politica dell’arcipelago. Salpare assume allora un valore ideale, qualcosa che rivitalizza e guarisce dall’inerte immobilismo, per una navigazione cui il poeta non affida una salvezza metafisica, ma domanda una redenzione che vorrebbe essere terrena. Il «Sogno», il patimento, e la ricerca dell’«Infinito» sono le parole della lotta, la lotta rivissuta da Cabral come rotta politica delle sue «navicelle» in viaggio verso un altro mondo, anzi nella tensione conoscitiva di edificare, nel mare, un nuovo mare.
Nella poesia di Cabral anzitutto riconosciamo un cardine: la «Libertà» come spettro. È il tema, il leitmotiv di un testo come Lascia i miei sogni. Qui l’autore lamenta la permanenza del sogno nella forma del sogno, la sua irriducibilità a una più reale «buona ventura», che in lui è sinonimo di «Vita». La poesia parla la lingua trasfigurata di un paradiso desiderato, quasi patito nell’immaginario, e nondimeno ritenuto inafferrabile. E così Cabral, in un testo come Sì, ti voglio entra più letteralmente nello specchio del desiderio, naviga ora nel riflesso, in profondità, dove proprio il «Sogno» marca una grave distanza dal Reale:
Ti voglio quando contemplo il nostro mondo,
un mondo di miserie,
di dolore,
e di illusioni...
...e penso, e credo e ho
La piena Certezza
Che l’alba
del “giorno per tutti”
arriva presto... è vicina...
...E il mondo di miserie
sarà un mondo di Uomini...
Ti voglio! Ti voglio!
Come il giorno di domani!...
Il desiderio come atto di volontà, moto d’animo che rievoca idealmente l’ultima pagina dell’Ulisse di Joyce, è il canto di un poeta alla prova di sé stesso, cioè un poeta che domanda alla poesia veramente il «Sogno» sognato, un sogno di redenzione secolare, di salvezza dalle «miserie», dal «dolore» e dalle «illusioni».
Per Cabral non vi è un mondo che non sia un «mondo di Uomini», un mondo idealmente terenziano («Homo sum...») in cui la ragione prima del vivere sta nel riconoscimento dell’umanità.
Ma Cabral non è un poeta della «Certezza», la ricerca però con la passione del visionario, alla maniera di un rêveur preda solitaria della propria irriducibile fantasticheria. Allora, quando alla poesia si domanda di affondare e radicarsi nell’immanente, lo scetticismo del poeta genera uno stato di inermità.
Capire l’ordine del mondo, il senso terreno dell’ingiustizia, farsi una ragione del male, intuire le leggi etiche del creato, soccombere dinanzi alla ferocia dell’inumano, ogni prospettiva di vita autentica è come un accecamento. Ciò definisce in Cabral il risveglio di un dissidio interiore, l’autocoscienza, specie in Che fare?!..., non più di un poeta, ma di un uomo dinanzi al teatro orrendo dell’esistenza:
Io non capisco la Vita:
C’è lotta tra gli uomini,
C’è guerra,
C’è fame, e c’è tanta ingiustizia:
Ci sono poveri secolari,
Aspirazioni che muoiono...
Mentre i più forti spendono
In spese inutili
Quello che gli altri vorrebbero...
Un tratto d’infantile ingenuità, qualcosa che apparenta questi versi a una levità penniana, corre anche lungo la dorsale più impegnata della poesia di Cabral. La voce rimanda l’alfabeto di un fanciullo che non ha mai abbandonato l’Eden originario. E da quel suo paradiso puro e terso, che è un paradiso tutto sentimentale, un Eden rifiorito entro il recinto di un autentico inferno, Cabral guarda il mondo per quello che è e per quello che potrebbe essere.
Il poeta patisce il mondo reale, lo patisce mentre pregusta il mondo immaginario. In Rosa Negra leggiamo versi in cui disperatamente Cabral invoca una possibilità, un’alternativa che non sia l’hic et nunc, e in cui il sognatore, imprigionato in un immaginario senza oggetto secolare, alla fine sogna ancora, con una categoria di Bloch, sogna l’impossibilità del possibile, propriamente un’«utopia concreta». Io sono tutto e sono niente recita:
Io sono tutto e sono niente,
Ma mi cerco senza tregua,
– E non mi trovo!
Oh stracci di nuvole, grandi uccelli senza ali,
portatemi con voi!
Non voglio più questa vita,
voglio andare negli spazi,
dove, non lo so.
L’alterità mondana generata dall’immaginario, all’apparenza non esiste. Ma il poeta non sogna soltanto un altro mondo, si sogna diverso in un altro mondo. Qui è in campo un desiderio di palingenesi, qualcosa dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, priva però del suo momento trascendentale, priva, anche, del suo mito, sebbene esso sia alluso: una identità secolare.
Allora, la poesia di Cabral opera in uno spazio tra l’ontologico e il materialistico, tra l’anima del poeta e la forma del mondo, lo spirito e la storia. Il transito da una realtà mondana all’altra passa da una cruda autoanalisi, dal medicamento di una ‘ferita’ (Nel profondo di me stesso) che fa «sanguinare» sia il poeta sia il mondo: l’«Umanità».
Così il «grido di rivolta» di Poesia restituisce una vox clamantis in deserto, un furore tanto potente quanto vano, e mai emancipato dal suo regime illusorio. Cabral affida quella che nomina «illusione», la «lotta» come chimera (Nel profondo di me stesso), alla «poesia». E la parola poetica non è il mezzo per rovesciare l’ordine del mondo, raddrizzare l’asse del colonialismo e guarire la condizione dei «dannati della terra», è invece il luogo di una disponibilità a essereper un altro mondo. Cabral si affida alla poesia per essere più precisamente un altro in un altro mondo.
Allora, Poesie di gioventù – e tutta la raccolta del poeta capoverdiano – appare più che una dichiarazione autotelica ripensata nella sua proiezione mondana. È il pensiero di una realtà, perché è la stessa potenza della visione, del desiderio stesso di sognare, a figurare come possibile, reale, una tale idea di realtà, a dare cioè figura e sostanza al desiderio che la desidera:
Nella lotta della vita – lo so – tu vincerai,
In un Mondo di tutti, senza cattiveria e senza danni.
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Fotografia © Andrea Torrei
