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I messaggeri hanno bruciato
le mappe, gli uccelli mietono
nel buio – quel che ti devo,
l’inderogabile del tempo
ecco che arriva.
Questi passi non portano
da nessuna parte,
silenziosa cade la neve –
niente, non vuole dire niente.
***
Giungere in quel fondo,
dove anche il buio scompare:
in quel punto del deserto,
quando le orme smettono
di seguirci e occorre
procedere da soli.
Ma non si può ascendere
quel monte finché l’anima
conosce qualcosa: lassù
i nomi scompaiono,
ogni forma si dissolve,
e resta solo ciò che è.
Là vi è una luce
che non sorge né tramonta:
è questo il sole di mezzanotte.
È questa la tenebra
che acceca.
***
E il deserto cresce,
nonostante tutto.
Nonostante il come,
il quando della cosa;
e in fondo non si mangia
la parola pane, non si beve
la parola acqua.
Non sono mai, le parole,
ciò che dicono di essere;
cielo significa “non qui,
lontano”. Ma si rimane qui,
a guardare le braccia
che si tendono, arresi
allo scisma della voce.

Flavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Poeta, saggista e traduttore, collabora con diverse riviste. Tra i suoi libri di poesia: Sulla soglia oscura (La Camera Verde, 2010); Da un estremo margine (La Camera Verde, 2012); La direzione del tramonto (Oèdipus, 2013); La luce immutabile (La Camera Verde, 2019); Oscuramente parla (Arcipelago itaca, 2025). Per la saggistica ricordiamo La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione (Irfan, 2019). Sue poesie e traduzioni (tra cui Le odi di John Keats, recentemente pubblicate da Nino Aragno Editore) sono apparse su numerose riviste italiane ed estere, sia online che cartacee.
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Fotografia © Lisa Sorgini

