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di Giacomo Leronni

Ha tutta l’apparenza di essere il volume definitivo su Salvatore Toma quello pubblicato pochi mesi fa – che raccoglie le sei raccolte di versi pubblicate in vita – a cura di Luciano Pagano e con gli interventi di Benedetta Maria Ala, Lorenzo Antonazzo, Annalucia Cudazzo e Simone Giorgio, valenti studiosi del Centro di Ricerca PENS dell’Università del Salento (Salvatore Toma, Poesie 1970-1983, Musicaos Editore).

Del resto, ogni discorso su Toma fatto di questi tempi non può che essere un sacrosanto risarcimento nei confronti di chi avrebbe meritato ben altra attenzione, nonché la possibilità di entrare nel vivo del dibattito culturale contemporaneo. L’acutezza dei curatori, peraltro, fondata su una rigorosa analisi delle fonti e condotta tenendo in debito conto i manoscritti originali e i tanti significativi materiali custoditi amorevolmente dalla moglie Paola Antonucci, ha saputo fare giustizia di tanti luoghi comuni (da quello relativo al suo suicidio, secondo una «erronea vulgata del poeta maudit che inizia a prendere piede con la pubblicazione del postumo Canzoniere della morte», a quello che vorrebbe Toma poeta spontaneo e assestato nell’immediatezza di una scrittura sulla quale, come invece testimonia il suo archivio personale, ritornava ossessivamente per revisionare ed emendare).

Dopo questo accurato e delicato lavoro di restauro, paragonabile a quello che si potrebbe compiere nei confronti di una cattedrale dimenticata e attaccata dagli agenti atmosferici, Toma appare come un poeta con cui si deve (e si dovrà sempre più) fare i conti. La natura, gli animali, l’amore tumultuoso e spesso arido di approdi e consacrazioni, la selvatichezza (che è ansia di preservarsi puri in un mondo ormai quasi del tutto contaminato), la presenza di un confronto con Dio, sempre perso e poi ritrovato, sono i cardini che consentono di identificare una poetica che resta indissociabile dalle peripezie vissute all’interno di una vicenda esistenziale proverbialmente amara, accostabile a molte storie personali per le quali al Sud resta un miraggio il combaciare dell’anima (qui, come in altri casi, nobile) con un destino di aperta e confidente gratificazione (e nonostante, sia chiaro, le gioie pur vissute in ambito familiare e relazionale).

Nei versi che ho voluto dedicare a Toma, poeta del Salento e dunque della Puglia intera, l’ho immaginato nella sua Maglie, comune tutt’altro che secondario (anche dal punto di vista storico e culturale) dove il poeta-monstre ha difficoltà a collocarsi. Città incolpevole: quando è elevato il décalage fra la potenza incoercibile della poesia e il grumo socioculturale in cui alberga, tutti i luoghi possono sembrare inadeguati e, pur sapendo, possono non comprendere.



***


L’altana preferita, il punto

in cui lo sguardo si fa terra

e vomita i paesi. Hai stordito

i rivali, li hai inghiottiti

dopo il banchetto sulla tomba


chiamando il sangue per nome

triturando i morti nella mente

trasferendoli nell’alba. Spettro

e fratello. Mi sembra quasi

di vederti sorridere


la luce insospettabile

recata dai corvi.


Gli alberi su cui sei salito

non ti hanno reso giustizia

e adesso ti si legge

come un cencio sconsacrato.


Parli ancora, per lumi:

con quella mestizia

che vorrebbe a tutti perdonare.


Sono sconnessi gli umili.

Recitano le pietre

senza conoscerle

per sentito dire. Hanno

una maledizione per ciascuno


un feto da spingere nel profondo.



***


Poi la sera fradicia

di canti di monelli

ti colpì alla schiena, Toma.


Nidiate di parole fuori bocca

oscene, scure come il tempo

avvertito fra la piazza e la casa.

E i presagi. I paesi ciarlano

la notte s’allunga.


Pian piano tutto s’accuccia

ai piedi del tuo vino

del tuo latrato di rose e sole


Toma l’invitto, fossile

spregiudicato, vigile nome

di broccato ed eresia.


Quante rupi qui sul corso

salienti per le battaglie

di posidonia: bestemmiare

e restare sereni, falchi

che hanno calzato la pianura


come fosse finalmente giunta

la carezza astrale

il maestrale di morte

che hai tenuto in serbo per noi.



*

Immagine di copertina: Anselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti, 2004


12/01/2021

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Nelle vene di...

L’ALTANA PREFERITA.
OMAGGIO IN VERSI
A SALVATORE TOMA