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Non cessa di stupire la storia poetica di Pietro Gatti (1913-2001), autore di Ceglie Messapica, grandissimo dialettale pugliese da riscoprire. Sono tanti gli aspetti che rendono unica questa storia, a cominciare dall’esordio tardivo – a sessant’anni – e per giunta con una plaquette (Nu vecchju diarie d’amore, 1973) destinata a parenti e amici, e dedicata alle nozze della figlia Viviana. Al di là di questo esordio, che comunque induce il poeta a una continua interrogazione sul passato, il proprio e quello dell’intera Ceglie, è lo scandalo che Gatti mette in atto a definire la sua poetica. E lo scandalo è tutto in questo esprimere i sogni, i desideri di un mondo reticente come quello contadino, senza mai negare, neanche in un emistichio, tutta la durezza di quella realtà. Come abbia fatto Gatti a realizzare tutto questo senza incorrere in certa retorica paesana è un monstrum, il primo dei tanti miracoli della sua poesia.

Siamo sul crinale tra vita e letteratura, evidentemente, se un critico attento come Macrì, parlando di Pietro Gatti, impiegato comunale nella sua Ceglie, usava il termine naïf. Proveremo a smentire questa asserzione, ricordando come a partire dal primo vero e proprio libro, il memorabile A terra meje (1976), Gatti sappia cimentarsi con maestria in sonetti, terzine, componimenti in cui alterna l’onnipresente endecasillabo (talora franto in emistichi, sospeso) a settenari, ottonari e persino ai novenari di pascoliana memoria, nonché a versi ancora più brevi in cui la poesia sembra quasi cadere nell’enfasi di una parola.


Al di là dell’abilità metrica, è la coerenza a fare di Gatti un poeta tutt’altro che naïf, capace anzi di confrontarsi con la lirica come se fosse un trovatore provenzale e, allo stesso tempo, di squadernare un talento narrativo che ci ricorda Edgar Lee Masters, soprattutto in Nguna vite (1984), un libro interamente dedicato ai morti giovani di Ceglie, terrosa e torrida Spoon River della poesia pugliese. Il canto di Gatti abbraccia dunque i bambini che muoiono di fame – e nessuno come Gatti ha saputo cantare quelle morti – e altresì l’uomo che partendo dalla terra («Sonde de terre le penziere mije», ‘Sono di terra i miei pensieri’) e dalla natura, ambivalente, meravigliosa e spietata insieme, trova segni e segnali del numinoso che lo portano fuori dal tempo. Il dialetto qui assicura tutta la verità di questa altissima testimonianza: la luce. Esemplificativi alcuni versi tratti da Memorie d’ajere i dde josce (1982):


     Vunduliéve nu ggiurne. Cu nnu sole

     c’ascuave u core. Nu sceroccu forte.

     U grane spierse addò ci sape. A josche

     na nùvele de lusce. I ji angandate

     cu lle mane i ccu ll’àneme a scettave

     a ’ngiele, jerte. Mae sazziate. Angore.


(Ventilai un giorno. Con un sole / che bruciava il cuore. Uno scirocco violento. / Il grano disperso dove chi sa. La pula / una nuvola di luce. E io incantato / con le mani e con l’anima la buttavo / nel cielo, alta. Mai sazio. Ancora.)


Come non restare angandate, incantati anche noi di fronte a questa rievocazione della giovinezza? La natura è vista in tutta la sua spietatezza: il sole che brucia il cuore, lo scirocco forte. Pure, interviene la presenza divina (e dunque terribile) della luce: la pula stessa è vista come una nuvola di luce. L’incanto e il canto, qui, diventano un tutt’uno: possiamo quasi vedere i muscoli del giovane Pietro tesi e sudati in quella fatica, in quella irripetibile e quasi animalesca esplosione di vitalità. L’ultimo endecasillabo, franto da una virgola e ben due punti fermi, ha in sé tutta la poetica di Gatti: il kairos, il momento supremo in cui riconoscere sé stessi e la propria esperienza nel mondo da fissare per sempre sulla pagina. E il miracolo è che la bellezza del kairos duri («Angore») attraverso la poesia, o meglio attraverso la luce che fa tremare (e talvolta morire) gli uomini e gli animali che la poesia riflette.

Sono in particolare gli uccelli a librarsi dalla terra di cui sono intrisi i pensieri del poeta e a farsi portatori di questa luce accecante, di questo messaggio di vita/morte in cui si compie il destino di ogni essere vivente: «u reviezze», il pettirosso, diventa al tramonto «jombre de fueche» (‘ombra di fuoco’); l’allodola («terreggnole») è nella stessa poesia – con una formidabile epifania prolettica – «sccarde de lusce» (‘scheggia di luce’), «ttìppete de priésce de lusce» (‘schizzo di piacere di luce’) e «rise de lusce» (‘riso di luce’); di un fringuello («u frangiedde»), unica forma di vita nella calura del meriggio, il poeta scrive: «Jiddu sule ì vvive! U fiscche / pare ca voler rive a ’n giele, ô sole. // I u ciele i u sole rìtene, spettanne» (‘Lui solo è vivo! Il gorgheggio / sembra che voglia giungere in cielo, al sole. // E il cielo e il sole ridono, aspettando’); ancora, «A calandredde trèmele jind’ô sole / de viatetùtene» (‘La calandrella tremola nel sole / di beatitudine’).

La luce è dunque connessa a una sensazione che Gatti traduce con ‘gioia’ o ‘piacere’, legata a un termine dialettale in realtà intraducibile: u priésce, dal latino pretium ‘prezzo, costo, pregio’. Voce intraducibile perché il priscio non indica semplicemente il piacere o la felicità, ma quella gioia, di più, quell’entusiasmo rivolto al futuro eppure già goduto nell’attesa presente, già ricordo di un benessere passato e mai davvero posseduto. Il tempo diviene durata, il miracolo del kairos può verificarsi ancora, nonostante il rimpianto cui cediamo quando esso si allontana:


     Na resiate de peccinne

     ca scuppiésce i sse spezze i rrepigghje i sse llonghe

     ca te pare pò ll’esse pure nu chjande

     mendre ca nu ggerasole

     sbuccesce i sse spanne jind’a ttotte a lusce d’u ciele

     i tte fiuressce dô core i tte pigghje a ’n ganne

     nu priésce nu priésce ci sape

     ca te siende com’a nnu nute de chjande

     i rrumane a nn’attese

     a lluenghe a lluenghe a llunghe. De ccussì.

     Ci nange specciave mae cchjù.


(Un riso di ragazzo / che scoppia e si spezza e riprende e s’allunga / che ti pare che possa essere anche un pianto / mentre che un girasole / sboccia e si espande in tutta la luce del cielo / e ti fiorisce dal cuore e ti prende alla gola (una gioia una gioia chi sa / che ti senti come un nodo di pianto / e rimani in un’attesa / a lungo a lungo a lungo. Così. / Se non finisse mai più.)


Gatti è anche autore di convincenti notturni, di poesie in cui la natura addormentata si ridesta improvvisamente in fremiti, segnali di vita che preannunciano la morte. Appare allora a murtuscedde, letteralmente ‘la morticella, la piccola morte’, il brivido che per un istante non ci consente di controllare corpo e mente. Si affaccia, nel poeta della luce, la consapevolezza del niente: «Me rezzechesce u sanghe, / me ’nghiane a ’n ganne l’aneme, na morse / de pavure de morte dòscia dosce / me strenge u core. Sò nu pugnusciedde / de niende» (‘Mi brividisce il sangue, / mi sale in gola l’anima, una morsa, / uno sgomento di morte dolcissimo / mi serra il cuore. Sono un pugnello / di niente’). E dal niente parlano i morti, perlopiù ragazzi, bambini (talora persino neonati) morti di fame, di stenti, di fatica.

Nel breve spazio di questo articolo non si può esaurire la carriera di un poeta né l’esistenza di un uomo come Pietro Gatti. Un uomo che, stando alla testimonianza di Geraldo Trisolino, sarebbe addirittura «morto di poesia»: decisivo al riguardo lo sforzo che portò il poeta, ormai vecchio e malato, a comporre poemi come A seconda venute, 2806 endecasillabi sciolti sulla seconda venuta di Cristo, e Fra Ggenebbre, che di endecasillabi ne conta 428. L’opera e la vita di questo singolare poeta della terra e della luce possono essere riassunti da una voce che in dialetto quasi non esiste e che pure Gatti, vincendo il pudore contadino, non esita ad usare: amore. E con amore il poeta spegne con il proprio fiato la candelina del sole:


     N’azzione d’amore


     Cu nnu fiate

     tutte u sole agghje stutate,

     agghje date

     a nnu ssceme nu vase de frate,

     agghje uffrute na mane a nnu pezzende,

     a nna curnacchje u cande cchjù dosce,

     na vosce

     d’aiute inde u viende a ttumbeste.

     S’à mmise a ffeste

     u core

     pe nn’azzione d’amore.

     Sobbe a stese de sabbie na rose.


(Un’azione d’amore

Con un soffio / tutto il sole ho spento, / ho dato / a uno scemo un bacio fraterno, / ho offerto una mano a un pezzente, / a una cornacchia un canto più dolce, / una voce / d’aiuto nel vento di tempesta. / S’è messo a festa / il cuore / per un’azione d’amore. / Sulla distesa di sabbia una rosa.)


26/11/2020

Le Mot

PIETRO GATTI,
POETA DELLA LUCE

di Giovanni Laera