Inediti

MARCO ERCOLANI

Silloge dal titolo celaniano, incantevole: Da quale rupe riflessa (finalista al Premio Lorenzo Montano 2021, sezione «Raccolta inedita»). Ossia: dall’impossibilità di guardare in faccia, senza schermi, la luce. E qui si parla di giochi sui sipari che sono riverberi di oggetti deprivati di consistenza, ombre d’acqua, resti del diluvio.

Marco parla di uno «stormire» come brezza della dismisura oceanica più che brusio di foglie. L’acqua e l’aria appaiono elementi trionfali e trionfano, vorticosi e dolorosi elementi, sulla terra e sul fuoco, esperienze deludenti. Che il poeta si sia annidato nel riflesso per deviare l’urlo del ‘reale’ lacaniano, della Chose?

Protezione, forse, raffica parata continuamente per un indice di salvezza. Ercolani tenta di mettersi salvo, lungi dal suo credo ogni senso o sentimento della Redenzione. Sparire è il suo traguardo, nel silenzio, tra le ammirate nuvole, tra i fumi e gli ectoplasmi di una Genova opaca e graffiante, sparire, walserianamente. Quasi un sì, quasi un’obbedienza in extremis. Obbedienza all’altrove, alle nebbie.

Poesia mentale, tutta tesa alla cosa estraente, al nucleo e alla polvere particellare. Fino al sinistro di certe ombre persecutrici. Ombre che sopraggiungono allorché la distanza si fa più netta ed esatta. Appare allora il desiderio taciuto del salto, l’affondo nel buio. Non un buio romantico, decadente, ma deangelisiano, irto di editti e spaventi.

Tutto avviene, scrive il poeta, come se «quel lungo incredibile altrove [...] non esistesse e l’aria fosse / ancora quel precipizio del volo perfetto / sopra la pietra finale».


Alfonso Guida



***


Non parli la nostra lingua

arrivi e non parli:

guardi quel doppio sole,

come i fuggiti dal mondo guardano,

senza lacrime dopo la fuga,

la doppia luce e non abbassano gli occhi.


Arrivi, e questo cielo a picco

è tuo.



***


Cenere sognata dai morti

numero primo –

sillaba.

Senza una parola che rompa il muro della lingua

posso trascrivere me?


Vagabondo nelle stazioni

ma non ho occhio di folle.

La corda dondola vuota dal ramo.

Quale testa sprofonderà nell’ombra?



***


Qui non foglie, non alberi,

ma l’immagine esatta di una porta

nel profumo del giorno.

I venti, sulla maniglia,

indifferenti alla morte.

Torniamo

verso la luce bianchissima

inventiamo

un cielo mai, mai

notturno.

La vista ritorni,

del mare muto.




Marco Ercolani è nato nel 1954 a Genova, dove vive e lavora come psichiatra. S’interessa alla poesia contemporanea e al rapporto arte-follia. Numerose sono le sue pubblicazioni, in ambito sia scientifico sia letterario, sia come unico autore sia in coppia con Lucetta Frisa.



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Fotografia © Kyle Thompson


22/10/2021