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di Angelo Di Carlo

Se ne sarà sentito parlare diffusamente, magari a sproposito, e anche se si tratta di un argomento che stimola la curiosità e l’interesse di un numero sempre maggiore di lettori-ascoltatori, in realtà non sembra si sia mai fatta davvero chiarezza al riguardo, né tantomeno si può affermare che tutti quei pregiudizi, che tradizionalmente hanno gravato sul valore del testo musicale, siano stati lasciati alle spalle; anzi, in ambiente accademico non si è mai smesso di storcere il naso di fronte all’eventualità di includere compiutamente la forma canzone all’interno dell’universo letterario (del ‘loro’, si intende) e farne oggetto di studio serio e consapevole. Ma andiamo per ordine.


Anzitutto si rende necessario sgomberare il campo dai tanti luoghi comuni, dalle affermazioni facili e sciatte che da decenni proliferano intorno al tema che qui ci interessa. Non basta liquidare la questione dicendo che i trovatori sono stati i primi cantautori della storia, che molte canzoni si ispirano alla letteratura (e qui si può stilare un elenco che va da Non al denaro non all’amore né al cielo di De Andrè a La divina commedia di Tedua), o che non è un caso che molti tra cantautori e cantautrici, parallelamente alla produzione musicale, abbiano sempre coltivato interessi puramente letterari, scrivendo romanzi (come quelli di Leonard Cohen, di Ivano Fossati o di Levante), pubblicando poesie (come hanno fatto Jim Morrison, Patti Smith o Claudio Lolli) o anche interventi critici di vario genere. Non basta neanche dire che personaggi come Italo Calvino o Bertolt Brecht si siano cimentati nella scrittura di vere e proprie canzoni o che, dal momento che Saffo viene spesso raffigurata con la lira e magari cantava pure, allora anche Blowin’ in the wind è da considerarsi poesia.


Il fatto è che simili affermazioni, per quanto in parte vere ed efficaci, non ci dicono nulla né della specificità del linguaggio poetico né tantomeno di quello della canzone. Pertanto, senza ancora addentrarci nel vivo della questione, potrebbe essere utile tentare una prima e sintetica soluzione al quesito posto nel titolo: La canzone è poesia? No. È letteratura? Certamente.


Ammettendo poi che un testo letto e lo stesso testo cantato non sono la stessa cosa e, in particolare, che un testo scritto per essere letto e uno scritto per essere cantato sottintendono grammatiche differenti, si può anche arrivare a dire che una canzone che in tutto e per tutto assomiglia a una poesia in realtà non è una buona canzone. Eppure quante volte, proprio ascoltando un pezzo di musica leggera, ci capita di affermare: questa è poesia? Direi un bel po’, e in quei casi è come se elevassimo la forma canzone a uno status superiore, esponendola a situazioni comunicative che trascendono ed eccedono quelle riconducibili a un brano musicale e che normalmente pertengono alle forme espressive ritenute più nobili, prima fra tutte la poesia.


In sostanza è come se nella percezione comune una canzone non possa essere valida di per sé, in quanto canzone, ma debba per forza rimandare a qualcos’altro, prendere un po’ di qua e un po’ di là, simulare i modi della cosiddetta letteratura colta, quasi che una specificità altrettanto significativa e necessaria del codice della canzone non potesse darsi.


Va notato come l’influenza non sia soltanto unidirezionale: non è soltanto la poesia a ispirare le canzoni, e in proposito si potrebbe riportare tutta una serie di casi in cui avviene il contrario, in cui si riscontra chiaramente come talune proprietà del brano musicale abbiano esercitato un’influenza diretta sull’ideazione e sulla costruzione di testi propriamente letterari, o tranquillamente accolti come tali.

Senza andare troppo indietro, fino ai libretti per Mozart composti da Luigi Da Ponte o ai drammi musicali di Pietro Metastasio (cui tanto vicino guarda l’Umberto Saba di Preludio e canzonette, 1921-1923), si consideri un testo di Franco Fortini, tratto da Composita solvantur (1993), che tenta di riprodurre una sorta di elementare cantabilità:


     Lontano lontano si fanno la guerra.

     Il sangue dei vivi si sparge per terra.


     Io questa mattina mi sono ferito

     a un gambo di rosa, pungendomi un dito.


     Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.

     Oh povera gente, che triste è la terra! […]


Oppure si menzioni un testo tratto dalle Canciones (1921-24) di Lorca, in cui il poeta spagnolo ripropone e rimodula in modo sistematico e sapiente forme e strutture del canto popolare, giungendo spesso all’elaborazione di organismi estremamente originali e del tutto autonomi dal punto di vista letterario:


     SERENATA (HOMENAJE A LOPE DE VEGA)


     Por las orillas del río

     se está la noche mojando

     y en los pechos de Lolita

     se mueren de amor los ramos


     Se mueren de amor los ramos. […]



     SERENATA (Omaggio a Lope de Vega)


     Lungo le rive del fiume

     la notte si sta bagnando

     e nei seni di Lolita

     i rami muoiono d’amore.


     I rami muoiono d’amore. […]


A ciò si aggiunga che sono più numerosi di quanto si possa immaginare i casi di canzoni che, pur differendo dai moduli della poesia (con cui comunque condividono l’impianto generico della versificazione), presentano una componente linguistica allo stesso modo elaborata, consapevole e, appunto, letteraria. Se inoltre ammettiamo che la cifra fondamentale, il tratto distintivo del concetto di letteratura risieda nel linguaggio, nella dimensione espressiva e non, come si tende a ritenere oggi, nell’aspetto narrativo (che invece può riguardare ogni altra forma d’espressione), ci si potrebbe anche spingere oltre e affermare che la costruzione testuale di tante canzoni riveli una coscienza linguistica e, dunque, letteraria ben più articolata e approfondita di quella che si riesce a intuire, per esempio, da tanta narrativa recente, e anche da certa poesia.

Né si esagera dicendo che a volte, proprio dal punto di vista letterario, conti di più un disco come Anime salve, come Samarcanda o The Velvet Underground and Nico che una qualche silloge di poesie che ci capita di sfogliare tra le ultime uscite.


Si consideri un verso come il seguente, tratto da Mr. Tambourine Man (1964) di Bob Dylan:


     Then take me disappearin’ through the smoke rings of my mind

     (E poi fammi scomparire tra gli anelli di fumo della mia mente)


O una strofa da Lettera (1996) di Francesco Guccini:


     In giardino il ciliegio è fiorito

     agli scoppi del nuovo sole,

     il quartiere si è presto vestito

     di nevi, di pioppi e di parole;

     all’una in punto si sente il suono

     acciottolante che fanno i piatti,

     le città sono un rombo di tuono

     nell’indifferenza scostante dei gatti.


Basterebbero questi semplici esempi a vanificare tutti gli sforzi di quanti ancora si affannano per escludere dalla nozione di ‘letterario’ tutto quanto prescinde dal paradigma della pagina scritta. È il caso di ribadirlo? È palesemente letteratura, e come tale presuppone una consapevolezza linguistica che è propria del genere e che è giunto il momento di provare a inquadrare: di che specificità si tratta? Cos’è che in mondo inconfondibile contrassegna la natura di certi testi musicali?


A questo punto bisogna accennare al fatto che la parola cantata demandi inevitabilmente parte del suo significato complessivo alla componente musicale, il che, a detta dei detrattori più tenaci, comporterebbe una insanabile ‘provvisorietà’ a livello strettamente letterario, una mancanza di esattezza che invece non si ritrova nella letteratura ‘pura’. A questi rispondiamo che intanto non è sempre così, e che molti testi di canzoni (spetta al buon ascoltatore riconoscere quali) presentano una costruzione linguistica altrettanto precisa, urgente e pregna di significato, per quanto spesso molti versi diano l’impressione di restare ‘sospesi’, senza mai ricomporsi in un discorso compiuto, ma rimanendo come slegati dal resto, giustificati soltanto dal contesto sonoro che li sostanzia e li sostiene.


Magari si noterà che anche in poesia può avvenire qualcosa di simile, che anche nei versi di Paul Celan o in una raccolta come Millimetri (1983) di Milo De Angelis si possa riscontrare un apparente allentamento dei nessi che dovrebbero legare i diversi momenti di un dato testo; tuttavia in quei casi si tratta di una precisa scelta stilistica e non di una modalità che naturalmente sembra appartenere al genere prescelto.


In secondo luogo si badi che anche l’abilità nell’adattare la parola a contesti che differiscono dalla pagina scritta, come può essere appunto lo spazio sonoro, prova al contrario il possesso di una grande consapevolezza del mezzo espressivo adoperato, e dunque delle lyrics, delle parole, delle molteplici possibilità che queste possono schiudere. Si pensi, banalmente, che all’interno di una canzone si richiedono competenze di natura ritmico-sintattica che altre forme di scrittura possono anche ignorare, nozioni che magari neanche gli stessi cantautori sanno di possedere e che pure si rivelano decisive per la riuscita di un qualunque brano di musica leggera. Altro che facilità di linguaggio... Semplicemente non si può valutare una canzone facendo capo ai soli strumenti della poesia.


Ciò detto, il discorso può anche dare l’impressione di filare liscio, o almeno si spera, e ci si potrebbe avviare alla conclusione; ma c’è qualcosa che non torna. Siamo davvero sicuri che una canzone che assomiglia a una poesia quasi mai sia un pezzo riuscito?

In realtà non è sempre così, e si potrebbe citare in proposito ben più di qualche caso di brani che si avvicinano davvero tanto alla poesia e che funzionano benissimo.

Si consideri una delle canzoni che compare nell’album La disciplina della terra (2000) di Ivano Fossati:


     (Invisibile)

     il vertice puro dell’allegria,

     (invisibile)

     il pianoforte del dio del silenzio […]

     una pace anche piccola,

     un caso d’amore,

     un popolo che sa ricostruire il silenzio

     dalla simulazione di un sogno,

     invisibile…


O alcuni versi celebri tratti da Smisurata preghiera (1996) di Fabrizio De Andrè:


     La maggioranza sta

     come una malattia,

     come una sfortuna,

     come un’anestesia,

     come un’abitudine.


Qui la scansione dei versi riproduce in modo attento e puntuale quella di tanta poesia novecentesca, lasciando peraltro intuire che il testo sia nato prima della musica. E allora? Tutto il nostro discorso può andare in fumo? Ci auguriamo di no, e senza approfondire ulteriormente la questione, per il momento ci limitiamo a notare come, negli esempi riportati, una sorta di sistematica ‘disarticolazione’ della lingua cantata avvicini le parole delle canzoni a quelle del discorso poetico. O semplicemente tutto ciò non fa che rimandare alla natura propria della poesia, alla sua intrinseca versatilità, al suo essere «liquida» e «pluriversa» (G. Frasca e L. Voce), alla possibilità che venga calata entro spazi di significato eterogenei, rinnovandosi continuamente, ma senza per questo smarrire la propria identità.



*

Immagine di copertina: Caravaggio, I musici, 1597 ca.


25/01/2024

Il tempo e la phoné

MA QUINDI...
LA CANZONE È POESIA?

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