di Alfonso Guida

Ho avuto un pensiero sbilenco: «Tutte le stelle sono sorelle». Mentre mangiavo una voce di me che non sapevo mi abitasse (ogni mia voce è rivelatrice) ha pronunciato questa frase. Sono passati pochi minuti e mi sono accorto come d’improvviso della rima «stelle / sorelle». Mi sono entusiasmato perché da sempre sono convinto che scrivere una poesia in rime sia molto difficile. Ci vuole sapienza.

La rima dev’essere fedeltà al canto originario, non banalità da filastrocca, anche se mandare le filastrocche a memoria da bambini aiuta a maturare un senso della metrica e del ritmo. Ho finito di mangiare e di nuovo: «Tutte le stelle sono sorelle». Come con un lampo mi sono liberato di un bel refrain che poteva diventare un’ossessione per la notte. Mi sono accorto partendo dalla rima che questa voce doveva essere originale e mi stava comunicando una poesia, precisamente – l’ho subito intuito – un distico di due quinari quasi penniani: «Tut-te-le-stel-le / so-no-so-rel-le». Ci siamo, è poesia, mi sono detto. Ma non l’ho scritta. Vorrei facesse parte di un sonetto. La frase si è incisa in me come una legge. Io ho la certezza, da stasera in poi, della sorellanza delle stelle.


Così sono entrato nel corpo della stella che danza come una ruota. La stella di Rimbaud e di Nietzsche. La stella di chi ha gridato senza entrare nel lutto di una durezza, senza perdere il cuore tenero del bambino. Non mi riferisco a Pascoli, ma a un vortice della scrittura. Io quando scrivo versi sono con il vortice e con il nido. Non mi riferisco a Pascoli. Essendo uno che canta sulla soglia aprendo la porta al mattino, non posso ignorare il meteo dell’altro cielo, quello che abbiamo tutti, e che Teresa d’Avila vedeva abitato da Dio. Fare esperienza del canto arcaico è fare esperienza di una mistica del deserto: ritmi segnati da veglie e digiuni. Il canto arcaico è il canto delle Menadi e di Sant’Antonio Abate o di un qualunque padre cenobita. Il sesso non prende della mia vita la stessa quantità di parti che prende la scrittura di una poesia. La forza della poesia è superiore alla sola forza erotica, ma la forza erotica è una delle forze oscure madri della poesia. Si scrive guardando il giorno e la notte da sotto l’arcata di una cella. Amo Celan perché ha saputo designare le cripte di ogni uomo col coraggio di una lingua che era la lingua del nemico. E allora vogliamo parlare del rapporto eventuale tra poesia e perdono? Cosa può aver perdonato Celan mirando la Senna e prima del salto?


Perdono viene da ‘Per+dare’. È un moto per luogo. Dall’etimo risaliamo a ‘dare attraverso’. Perdonare, perdere. Perdonare come disperdere. Ecco il Seminatore di Van Gogh nel suo campo serale. Il poeta perdona con la sua mano a ventaglio. Io dimentico le offese. E senza ambizioni di potere chino il capo sul quaderno, la bic nera nella destra. La poesia è contro il potere ma non contro il sacrificio, il sacrificio di sé. Esporsi dev’essere del poeta. Esporsi completamente nudo da essere colpibile, vulnerabile. L’esposizione di sé, diceva Pasolini, è lo scandalo: parola paolina, parola della croce, solo messaggio della croce e della conoscenza quale via di illuminazione attraverso il dolore nella carne. Il poeta forse deve ‘de-crearsi’ come suggeriva Simone Weil? E torniamo al sacrificio, alla poesia come modus vivendi, come sperimentazione dell’estraneità e del deus absconditus. Simone Weil operaia alla Renault, ultima tra gli ultimi. Simone Weil con l’olio bollente che si fa scivolare sui piedi. «Io ripeto in me il dolore tuo per essere te». Ma oggi si è lontani da questa idea pagano-cristiana della poesia. Oggi la poesia si sarà veramente nascosta. E non dico che è morta per non ripetere quanto già fu detto a suo tempo da Montale e da Dario Bellezza.


Il vero poeta è chiamato. La poesia non è una scelta. Può essere un salvarsi in extremis ma non è un salvare. Scrivere perché si deve essere testimoni del testimone interiore cui nulla sfugge e che abita già fuori della caverna di Platone e non è più accecato dalla luce delle idee. Scrivere è un urto, un’unzione, un’urgenza. Nei tre casi è coinvolta la pelle. Su una superficie avviene l’urto tra due parole come tra due ustioni. Sulla superficie cutanea si posa il crisma, la confermazione consapevole di una fede di appartenenza. L’urgenza è il tremore del desiderio che fa increspare la superficie. Scriverne ancora. È tardi. L’opacità negli occhi stanchi. Scrivere è anche riconoscere un limite qui e continuare da un’altra parte dove le parole sono gas volatili, prima del sonno.



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Immagine di copertina: Gilberto Zorio, Stella, 1980


27/10/2020

Golpe

SECONDO TENTATIVO