di Alfonso Guida

La poesia fa come le pare e piace. Va, viene, interrompe, riprende.

Io scrivo due versi in un’ora. Ma è una ricerca più che un’ispirazione: una ricerca ispirata. Dalla paura, dal desiderio di altro, dalla voglia tremenda di cadere.

Da poesia nasce poesia come da morte nasce morte. Sono vie lattee, nebulose, polveri cosmiche. Così inizia la mia Visione, sempre frontale: il buio e le nebbie dell’universo. Aspetto due secondi. Sono un ostaggio di qualcosa che deve succedere e ancora non succede.

Il primo verso è un dono degli dei, diceva Valéry.

Nasce portando lo sguardo lontano, oltre, sempre più oltre, fino a patire l’isolamento come gli ergastolani e la fame nel deserto come santa Maria Egiziaca.


Sì, la poesia è il frutto di una mistica. Nudi come martiri ci diamo in pasto ma continuiamo a vivere nella pancia della bestia per tenere il controllo della parola e un minimo di ratio anche nel rapimento.

Gli spazi bianchi significano all’interno dello stesso foglio una celaniana «svolta del respiro». Per me ciò vuol dire che ogni componimento ha struttura rigidamente concentrica. È il sasso che muove la circolarità del lago. Si va dal primo cerchio alla chiusa, che è l’ultimo.

Bisogna uscirne pieni ogni volta di una placenta diversa.


La poesia è acqua torbida, ricca di minerali e microorganismi. La visione è il proprio temperamento. Poi ci sono le Visioni artefatte o artificiose che nascono trattando a tavolino col bisogno di dire e, al giorno d’oggi, soprattutto di restare.

Non c’è poesia senza disciplina. Occorre essere marziali, lucidi, presenti al flusso e alle lapidi. Ogni poesia deve incidere e prende, assorbe dal punto in cui l’altrove è più esatto. Quando si scrive non si concede niente a sé o al lettore. C’è una mole sovrumana di spietatezza.



Genio

che sei un demone e una signoria, dai campi

prendi la nebbia, dal silenzio il desiderio

di movimento, dal dio lo slancio, dalla potenza

la pietra che schiaccia.

E sei corale, e in un mantello solo, e lasci intravedere.

Di lino la trama, di nebbia, di nebbia il corpo e i contorni.

Vieni e lascia io ti tolga il cappuccio.

Sei venuto. E così presto

non mi hai indebolito né reso forte. Tutto è caduto.

E dopo giorni ho capito.

Tuo è il colore dell’inverno.

Vieni di fronte in un giro di millesimi. Non il tempo

di abbozzare uno sguardo

eppure lo stupore impietrisce. Mi prendi di frodo.

Giochi con la mia nudità.



*

Fotografia © Luigi Ghirri


18/03/2021

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Golpe

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