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Fuoricampo

PER CARLO BORDINI.
“CHE LA POLVERE SIA QUIETA”

di Francesco Perardi
(Sul Ponte diVersi)

Durante l’agosto del 2015 mi trovavo a Roma con un’amica e non sapevamo dove dormire.

Lei mi disse che conosceva un suo amico, poeta, che probabilmente ci avrebbe potuto ospitare per la notte. Dopo pochi minuti di telefonata, Ludovica mi guardò divertita e disse: «Carlo mi chiede se ti piace la pizza con i peperoni». Annuii sbalordito per quella domanda così inaspettata, mentalmente pronto per ricevere un rifiuto e già esausto per la fatica di trovare un posto da qualche parte dove alloggiare; poi presi lo zaino e ci incamminammo verso la metro.

A quel tempo il nome di Bordini mi suonava nuovo. Non sapevo che era un poeta riconosciuto e che aveva pubblicato la sua prima raccolta di versi Strana categoria in ciclostile a metà degli anni Settanta, ma ricordo che non feci domande alla mia amica per avere alcuna informazione: quella notte sarebbe stata solo una tappa di un lungo viaggio che avrebbe dovuto proseguire già l’indomani mattina.


Scendemmo alla stazione Libia e ci trovammo all’interno di un quartiere residenziale, non così distante dal centro da portare i segni del disagio della periferia, ma nemmeno così vicino da condividerne gli agi dei bei ristoranti e degli ampi terrazzi degli attici che si possono ammirare direttamente dalle strade. Anni dopo, durante uno dei nostri incontri, Carlo mi disse di amare molto il suo quartiere proprio perché poteva essere sempre sicuro che non sarebbe mai successo nulla di importante.

Un luogo escluso da grandi eventi, da cerimonie pubbliche o da piazze famose che portano il nome di qualche eroe del passato; un luogo segnato esclusivamente dalla microstoria di ciascuno, fatta di domeniche trascorse a casa, passeggiate serali con il proprio cane, giri a vuoto per trovare parcheggio, e poco altro.

Credo che a Carlo piacesse proprio questo aspetto del suo quartiere: quello di essere un luogo in cui si può avere l’illusione di vivere una vita come quella di tutti, di condividere le pene e le piccole gioie di chiunque, senza che le banalità della propria esistenza siano sentite con disagio o imbarazzo.

I quartieri residenziali hanno il vantaggio di farci sentire impercepiti, e che la distanza e la freddezza degli altri siano avvertite quasi come una forma di indulgenza nei nostri confronti, quasi come un atto di cortesia. Del resto, si può immaginare che Carlo pensasse proprio al suo quartiere quando nella prosa Roma, inserita nella raccolta Assenza del 2016 edita da Carteggi Letterari, ha scritto «la città come copertura» o, citando una battuta da La Dolce Vita, «Roma è un ottimo posto per nascondersi».


Arrivati a casa sua, ci accolse subito con affetto. Si presentò nel modo più semplice: «Ciao, sono Carlo, puoi fermarti a casa mia per la notte e anche per quelle successive se ne avessi bisogno».

Giorni prima Ludovica gli aveva detto che scrivevo poesie e, forse proprio per questo, non parlammo un solo minuto di letteratura durante quella nostra prima serata insieme.

Rimasi colpito dalla sua affabilità, tipicamente romana, che non è mai scaduta nelle sue versioni più volgari che ho potuto avvertire in altre persone della città: l’arroganza e l’indiscrezione.

C’era una grande delicatezza nei modi di Carlo che non nascondevano la timidezza, un’altra sua caratteristica molto evidente.

Era questa per lui una piccola forma di difesa che usava forse per tentare di mettersi al riparo dalla propria sensibilità, da quella disponibilità emotiva a sentire gli urti che provengono dagli altri e dalle cose del mondo. Ma la timidezza non rende impermeabili, anzi è una forma di manifestazione che rende visibile proprio la violenza di quegli urti. Un modo per non avvertirli è ricorrere ad un’altra forma di difesa a cui però Carlo non ha mai chiesto veramente aiuto: il cinismo.

E questa disponibilità ad essere ferito dalle cose è sempre accompagnata dall’esigenza di non nascondere il segno di quelle ferite e, parallelamente, da quella di trovare sempre il coraggio per raccontarle.


Lo scorso novembre Extrema ratio, un’iniziativa che propone seminari e conferenze organizzata dal Dipartimento di filologia e critica delle letterature antiche e moderne dell’Università degli Studi di Siena, ha dedicato un incontro all’opera di Carlo e in quell’occasione, per descriverne la poetica, Guido Mazzoni ha usato l’espressione «lirismo scoperto», precisamente per rendere evidente la capacità del poeta di mettere a nudo le proprie verità nella forma più diretta e, appunto, ‘svestita’ da qualsiasi maniera in grado di edulcorare o smorzare la violenza che talvolta quelle verità rivelano.

Fare di questo è una poesia presente della raccolta Sasso, uscita per Scheiwiller nel 2008, in cui Carlo racconta di aver abbandonato il proprio cane perché si era stancato di averlo intorno. È un testo crudo e violento perché chi scrive non si sforza di trovare nessuna giustificazione che possa far apparire meno brutale l’azione che ha commesso. «L’idea dell’uccidere per finire una cosa. Questo è un fatto molto / importante. Quando qualcosa non mi interessa più, / io la uccido», si può leggere nei primi versi. Che cosa spinge un poeta a confessare un atto così privato e scandaloso se non la volontà di essere sempre fedele a sé stesso, qualunque siano i gesti che per questo ‘sé stesso’ è possibile compiere?


In tutta la produzione poetica di Bordini, ora raccolta nel volume I costruttori di vulcani edito da Sossella nel 2010, si può sempre cogliere questa necessità di partire da sé, nonostante alle volte non si riesca nemmeno a immaginare una partenza, una svolta, da un ‘sé’ che poi, alla fine, non piace. Ecco allora la stasi, l’incapacità di cambiare, le illusioni e i sogni così presenti nella sua produzione poetica.

Ma questo sguardo che Carlo dirige verso sé stesso in modo così severo e spietato, non gli impedisce di guardarsi anche con compassione e con una tenerezza quasi infantile di cui non si è mai vergognato, o di bilanciare ulteriormente questa dinamica d’osservazione con una forza ironica che può essere intesa, di volta in volta, o come un tentativo di trasformare l’amarezza in qualcos’altro, oppure come uno dei tanti modi attraverso cui si prova ad avere un po’ di pietà verso di sé e a non prendersi troppo sul serio.

Due poesie che dimostrano questa tendenza si trovano nella raccolta Poesie leggere pubblicata da Barbablù nel 1981:



     POESIA SCRITTA DI NOTTE


     Forse se facessi

     il mio vecchio numero di telefono

     risponderei

     com’ero vent’anni fa

     come sei cresciuto mi direbbe

     856896



     ***


     una persona amo sopra tutte le

     altre

     amo sconfinatamente me stesso

     non sono chi credete

     questo è un nome che

     mi hanno appioppato

     non so chi sono

     comunque     mi amo


In Albero, un testo presente nella raccolta Polvere pubblicata da Empìria nel 1999, Bordini ha stimato che, solo per le varianti delle poesie, ha stampato tanti fogli da uccidere un intero albero.

Dopo essersi scusato, Carlo tenta di giustificarsi dicendo che la sua è una vita complicata e stampando quelle pagine si è semplificato il lavoro; conclude dispiacendosi molto per quanto accaduto e promettendo all’albero che quando lui stesso verrà ucciso non farà tante storie.


Basta poi spostarsi di poco per ritrovare, con la stessa capacità apparentemente immediata d’esposizione, una consapevolezza d’altro genere; in uno degli aforismi di Difesa Berlinese, libro pubblicato da Sossella nel 2018 in cui sono raccolte tutte le prose di Bordini scritte in un arco temporale di circa quarant’anni, scrive: «Solo chi è disperato può dire la verità».

Si può affermare che Carlo era una persona profondamente disperata a patto che non si intenda la disperazione esclusivamente come una mancanza di speranza, ma, in senso più ampio, come la condizione che ci dispensa dalla ricerca di forme di appoggio e di riparo che andrebbero a compromettere quella verità che non ci possiamo permettere di negare se decidiamo di essere, fino in fondo, onesti con noi stessi.

Un testo che permette di comprendere quanto appena espresso è Polvere, una delle poesie più celebri di Carlo pubblicata nell’eponima raccolta da Empìria nel 1999, di cui si riportano i primi versi:


     Sarò sempre un po’ meno di quello che sono,

     e anzi, molto meno. Polvere. Ho perso molto.

     Ciò che si perde è irrecuperabile, e se lo si recupera esso

     è ormai disperso, non rientra più nell’ordine prestabilito

     delle cose. Sono contento

     se di me non rimane che un lieve

     involucro. Ho perso

     molto. […]


Forse la disperazione è l’effetto che deriva dalla perdita di tutte quelle difese, fatte di false coscienze e di piccoli autoinganni, che consentono di mantenere un’immagine salda e definita di sé stessi, poco importa se autentica o meno. Ecco allora che chi ha rinunciato alla protezione di parole autoindulgenti e alla sicurezza di autoritratti confortevoli, si ritrova a rimanere con la nuda verità di ciò che è.

Non importa se è una verità debole, con cui si può fare poco, simile alla polvere, appunto.

Una poesia che mette in luce la perdita nel suo aspetto di desiderata inevitabilità è Mare di latta, presente in Sasso (Scheiwiller, 2008):


     L’angelo mi si avvicinò minaccioso

     con le sue ali

     aveva sulla testa una corona

     i lampi al magnesio

     ci accecavano.

     Portai il mio canestro di paglia

     verso le spalle.

     Non avevo molta voglia di vincere

     e infatti

     non vinsi.


Ma ciò che conta veramente è lo sguardo che Carlo è riuscito a mantenere, o forse a guadagnare, grazie a questa perdita: uno sguardo buono, in grado di scrutare l’altro con quella bellissima e unica capacità di comprensione propria di chi non vuole ottenere nulla, nemmeno ragione.

Diviene chiara, a questo punto, l’immagine di Trotsky mentre gioca a scacchi con Aleckin, campione russo rinchiuso nella prigione di Mosca, descritta in Poema a Trotsky, un testo presente nella raccolta Mangiare pubblicata da Empìria nel 1995. Il rivoluzionario sovietico, vedendo Aleckin giocare male, forse intimorito dalla presenza del suo avversario, gli disse che se avesse perso l’avrebbe fatto fucilare. Aleckin vinse. Trotsky ottenne quello che voleva: perdere.


     Soggiacqui

     al fascino di Trotsky,

     uomo sconfitto.

     Soggiacqui a questa angoscia della sconfitta

     a questo fascino dell’angoscia della sconfitta,

     quest’uomo sconfitto,

     doppiamente sconfitto,

     Io studente soggiacqui.


Carlo scelse di non voler avere ragione, di rimanere dalla parte debole, tra coloro che hanno perso. Scelse di rimanere dalla parte che per lui è sempre stata quella giusta.


     Forse volevo perdere anch’io, come la storia che ho raccontato,

     che non so se è vera,

     ma mi ha sempre affascinato

     Trotsky, capo dell’esercito rosso, sfida il

     campione del mondo di scacchi, entrambi

     vogliono perdere, entrambi perdono, finiscono

     tragicamente, ma che bello,

     che bello scegliere la parte perdente [...]


Ci siamo visti diverse volte dopo il nostro primo incontro. Ci sentivamo spesso per mail, alle volte gli inviavo alcuni miei testi a cui rispondeva sempre con dei consigli attenti e puntuali.

L’ultima volta che tornai a Roma fu pochi mesi prima della sua scomparsa. Quando suonai alla porta, Carlo mi salutò timidamente e mi disse: «Francesco, che piacere. Sei cresciuto dall’ultima volta».

Dentro di me pensai che erano quindici anni che la mia statura era sempre la stessa.

Non dissi nulla. Sorrisi e ci mettemmo seduti.



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Fotografia © Dino Ignani



16/03/2021