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Fuoricampo

LA CADUTA NEL CORPO.
NOTA ALLA POETICA
DI SILVIA CARATTI

di Edgarda Golino

Una produzione intensa, quella della Caratti, sostenuta da una coscienza storica molto centrata: il reale – nell’era del post-umano – viene percepito come precario, orfano di diritti; e con ciò non ci si riferisce alla sola dimensione lavorativa. Ciascun aspetto dello stare al mondo pare stentatamente aggrappato al contingente. Neppure i sentimenti vengono risparmiati. Assistiamo infatti a un processo di ‘decomposizione emotiva’ che nel pensiero e nell’opera della poetessa di Cuneo prende la forma di un corpo sceso agli inferi della pura materialità, anch’esso povero, difettoso, eppure sempre amante e amato («Da tempo guardavo al tuo corpo / come in estinzione di pensiero»).

«Non ho nemmeno un nome tutto mio». L’identità è continuamente messa sotto scacco; senza obiettivi, privato dei più intimi desideri, l’io non può che inasprirsi e denunciare – o meglio urlare – la propria condizione. Ma dopotutto non è che un mero rivolgersi al nulla in cui il tempo si relativizza e la morte aleggia. A resistere è il richiamo erotico, la metaforizzazione di un incontro mai salvifico, dove le figure si mostrano svuotate, incapaci di alcun coinvolgimento, costrette a una violenta frustrazione: «Potessi stare in una circonvoluzione / sondare la pia madre / andare a stanarti. / E sventrarti».

Forse quel nulla dice la verità su ciò che l’uomo è diventato. Non c’è più posto per attese fiduciose, sublimazioni poetiche o derive culturali: «Mi attacco a tutto quello che devo buttare, / ma mi devo liberare se questa è la vera resurrezione, / quella senza acqua e senza nomi, / quella senza sangue e senza fuoco».

È così, con lucidità, con i suoi versi chiari e ridotti all’osso – certamente meritevoli di ben altra considerazione dall’establishment letterario –, che Silvia Caratti affronta la catabasi epocale, rifiutando ogni retorica, ogni falsa consolazione, perché «un ordine no, quello non l’ho trovato. / Là non c’è regola che possa andare bene».



***


Come chi torna dalla guerra
inaspettato dopo anni di assenza
e ormai dato per morto,
così tu vieni e per questo non mi trovi,
oppure assente e irriconoscibile io
mi sarò venduta le tue cose
e scalpellato via il nome tuo inciso.


Anche gli dei decadono alla memoria
delle menti. I letti riprendono le forme,
scompaiono i gesti consueti.
Ma in quanto ai cuori



***


È inflessibile la materia e eterna:
se il nostro amore lo fosse
se fosse una molecola,
una cellula impazzita e cancrenosa,
una lenta devastante epidemia
una putrescente cosa?


Ho una sottile propensione per la morte, lo so
e per questo mi detesti e hai ragione
ma le morbide macchine umane sono un mistero
se ti attirano le parti tiepide e indifese,
i fianchi malamente progettati
l’orrore dei miei seni rilasciati.



***


Spesso la notte faccio simili pensieri
quando lieve tu mi dormi accanto
mi domando cosa ci leghi
all’ultimo pianeta
o se l’universo produca un suono
o se il tempo non sia un imbroglio
e in realtà noi ci dobbiamo ancora amare.

Io so che tutte le domande hanno un nome.



*

Immagine di copertina: Antoni Tàpies, Carré Rouge, 1976


10/12/2020