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Fuoricampo

“L’ALTRO, LO STESSO”.
METAMORFOSI DELL’IDENTITÀ
IN J.L. BORGES

di Rossana Levati

Nella raccolta El otro, El mismo [1] del 1964 J.L. Borges fa esplicito riferimento alla natura proteiforme del mondo, le cui forme variabili portano in superficie apparenze diverse di una stessa profonda essenza.

Proteo è evocato nella Poesia del quarto elemento: la sua capacità di celarsi negli elementi del mondo, e particolarmente nell’acqua, rende ragione della natura molteplice dell’universo, in cui individui e cose possono sovrapporre, sommare e in un certo senso mutare i propri destini e percorsi.


     Il nume che un mortale della stirpe di Atreo

     Catturò su una spiaggia flagellata dall’afa,

     gli si mutò in leone, in dragone, in pantera,

     in un albero e in acqua. Perché l’acqua è Proteo.


L’identificazione di Proteo con l’acqua, tra le tante forme molteplici che il dio assume per cercare di sottrarsi alla cattura di chi gli chiede di profetizzare il futuro, lo rende affine alla natura di quel fiume scorrevole di cui parla Eraclito, una delle immagini più ricorrenti nell’intera produzione dell’autore.

In A chi mi legge, dopo aver chiarito che il tempo della vita, che non può tornare indietro, è «lo stesso / di quel fiume in cui Eraclito già lesse / un segno di fugacità», Borges, descrivendo l’inevitabile fluire delle nostre vite verso il limite che ci è stato prefissato, verso una data e un luogo (della nostra morte) già scritti su un marmo che non possiamo leggere in anticipo, dichiara al lettore: «come te, l’universo è proteiforme»; uno scorrere incessante di acqua, come appunto diceva Eraclito, che non torna indietro e in cui non possiamo bagnarci due volte, noi stessi mutati dalle vicende della vita che ci trasforma e ci proietta verso l’ombra che ci attende alla fine del nostro cammino.

Non è certo un caso che a Proteo siano dedicate altre due poesie consecutive [2] di una raccolta posteriore di venti anni, La rosa profonda [3], ed anche in queste la virtù principale di Proteo è proprio quella di nascondere il suo corpo d’acqua all’interno di un’altra massa d’acqua: «acqua che nell’acqua si smarriva», «acqua invisibile nell’acqua», imprendibile, indefinibile, ma anche archetipo del doppio che scorre all’interno della natura.

Il fluire incessante di Proteo-acqua è parallelo allo scorrere del «tempo irreversibile che ci ferisce e fugge», tempo che non è che una delle infinite metafore dell’acqua.


Possiamo pensare che Proteo rappresenti per Borges adulto la formalizzazione di ciò che era essenzialmente il suo gioco preferito infantile, nelle estati passate con la sorella Norah: ossia interpretare ruoli multiformi e inventare, nella loro solitudine, amici con cui giocare, a cui avevano assegnato due nomi definiti, per dare un corpo alla loro inesistenza, prima forma di quel doppio che rimarrà nelle poesie della maturità la struttura latente dell’essere individuale: «Giacché eravamo solo in due, moltiplicavamo i ruoli ed eravamo, subito dopo, i multiformi personaggi della favola. Avevamo inventato due inseparabili amici che si chiamavano Quilos e il Mulino» [4].


Alle segrete simmetrie del vivere fondate sul proprio doppio fa riferimento, quasi offrendo una chiave di lettura dell’intera raccolta, la poesia A una moneta: proprio durante un viaggio sul mare il poeta vi getta dentro una moneta, immaginando di creare così un doppio della propria vita, una moneta che seguirà un percorso parallelo negli abissi del mare e avrà forse un destino simile a quello dell’uomo che percorrerà non le profondità dell’acqua ma la superficie del mondo.


     Mi parve d’aver compiuto un gesto irrevocabile,

     di aver aggiunto alla storia del pianeta

     due serie incessanti, parallele, forse infinite:

     il mio destino d’inquietudine, amore e vane vicissitudini,

     che le acque avrebbero consegnato al molle abisso

     o ai remoti mari che ancora rodono

     le spoglie del sassone e del fenicio.

     A ogni istante del mio sonno o veglia

     Ne corrisponde uno della cieca moneta.


I destini dei viventi sono paralleli, come i percorsi della moneta e dell’autore, ma anche sovrapponibili e ciclici, poiché tutto si può disgregare e ripetere, come afferma la lezione di Pitagora in La notte ciclica:


     Lo seppero gli ardui alunni di Pitagora:

     Uomini ed astri tornano in cicli successivi;

     Ripeteranno gli atomi fatali l’incombente

     Afrodite di oro, i tebani, le àgore.


È in nome di questa legge pitagorica che ripropone ciclicamente gli elementi della vita dei singoli che Borges identifica un angolo di mondo che è suo, che gli appartiene profondamente, a cui sempre si sente riportato dall’ «oscuro ruotare pitagorico», proprio là «dove scorgo sempre una parete azzurra, / Un fico malinconico e un marciapiede rotto: Buenos Aires»; ed è in questa «vana matassa di strade» che egli può ritrovare in sé stesso i nomi dei suoi antenati.

Essere sé stesso e contemporaneamente un altro diventa uno dei leitmotiv della raccolta, in cui Borges insiste sull’assommarsi nella sua persona delle esperienze, delle imprese, del sangue dei suoi avi materni e paterni, che sente vivere o meglio rivivere in sé.


Un esempio della sovrapponibilità di vite diverse è la poesia A una spada in York Minster, in cui Borges, descrivendo la statua di un cavaliere che impugna la spada e sé stesso che lo contempla, si definisce come ombra (sua parola ricorrente, come polvere, in questa e in altre raccolte) nell’ombra della statua:


     Ombra io nell’ombra dinanzi al guerriero

     La cui ombra sovrasta me.


Significativamente, nella raccolta due pronomi opposti si alternano in una tensione continua, Nadie e Alguien, Nessuno e Qualcuno: il primo è riferito all’uomo inquieto, alla perenne ricerca di qualcosa, privo di una consistenza definita, mentre il pronome Qualcuno indica l’uomo che ha trovato, nelle vicende della sua vita, una forma di tranquilla e quieta felicità.

Nadie è il pronome che definisce l’altro Ulisse in Odissea, Canto 23°: nel momento di apparente trionfo del sovrano che è ritornato a casa e, sconfitti i nemici, trascorre la notte con la regina Penelope che dorme sul suo petto, Borges non può che chiedersi «Ora dov’è l’altro, l’uomo/ che nelle notti e nei dì dell’esilio / errava per il mondo come un cane, / dicendo a tutti: il mio nome è Nessuno?».

La domanda sta a indicare che l’altro Ulisse, l’inquieto girovago, alter ego del sovrano-eroe, non può essere sparito per sempre: come Proteo, egli rimane celato dietro la apparente identità recuperata da Ulisse, o forse ancora gira il mondo al suo posto ripetendo il suo non-nome.


La presenza di un doppio delle nostre vite non è solo adombrata nella poesia dedicata all’eroe greco, ma una costante ricorrente in prose e poesie anteriori e posteriori dell’autore: tra i diversi esempi che si possono riportare, il racconto Borges e io, pubblicato in L’Artefice di quattro anni prima: «All’altro, a Borges, accadono le cose. [...] Io vivo, mi lascio vivere, perché Borges possa tramare la sua letteratura» [5].

Che tuttavia non basti ritornare a casa per recuperare la propria identità lo aveva scritto già in una poesia di 40 anni prima, intitolata La vuelta [6] (dalla raccolta Fervore di Buenos Aires pubblicata nel 1923), traduzione spagnola di Nostos. Che la poesia alluda a Ulisse non è detto in maniera esplicita: la voce narrante in prima persona descrive il ritorno alla propria casa di infanzia dopo un lungo esilio. Lo spazio rimane estraneo, nonostante lo sforzo di riappropriarsene: le mani toccano gli alberi con la delicatezza con cui si sfiora un dormiente, i piedi ripercorrono sentieri come se si volesse recuperare un verso dimenticato nella memoria. Anche i luoghi e gli oggetti devono però riconoscere il padrone che ne è stato lontano per anni, e il poeta si chiede quanto cielo dovrà riflettere ancora il patio prima che la casa possa riconoscere chi se ne è andato. Il sé stesso del tempo della giovinezza non coincide con il sé stesso adulto, né il recupero dei luoghi e delle memorie, dopo la forzata assenza, è assicurato.


Nella poesia del ‘23 e in quella del ‘64 la lontananza dalla propria casa è definita con la stessa parola, destierro: il destierro di chi ritorna a casa dopo lungo tempo è lo stesso termine utilizzato per Ulisse, che continua a conservare, celata in sé stesso, la natura di Nadie.

Il termine Nadie è utilizzato per indicare la sconfitta dell’Alchimista, il giovane studioso che medita tra i suoi alambicchi inseguendo la pietra filosofale; il riferimento a Proteo si fa esplicito, affiora in superficie: egli «sa che l’oro, come Proteo, si cela / come il destino in un caso qualunque: / confuso nel terriccio della via, / Posto nell’arco, nel braccio e nel dardo». Egli è l’erede moderno «del sogno antico di Talete / di Mileto, pel quale tutto è acqua». Ma nel momento della suprema illusione per cui il giovane studioso crede di raggiungere l’oro che lo renderà immortale fissando il fluire della materia, «Dio, supremo alchimista, lo converte / in polvere, in nessuno, nulla e oblio». Diventare Nadie dopo aver passato la vita a sfiorare il tutto, in una incessante ricerca della formula segreta che garantisca immortalità e ricchezza, è una regressione inattesa che annulla la parabola dello studio dell’alchimista.

Diventare Qualcuno, per contro, è il termine di un percorso di accettazione della vita, del dolore e del tempo raggiunto solo da chi riesce a ritrovare «l’intima radice» di sé stesso.


La poesia Alguien (Qualcuno), è collocata in antitesi nella raccolta subito dopo l’Alchimista. La ricerca dell’uomo protagonista non è vana come quella dell’alchimista, ma è ormai esente dagli inganni del tempo e dell’età: «ha imparato ad esser grato / per le modeste elemosine dei giorni» tra cui «un verso latino o sassone», chiaro riferimento autobiografico alle passioni dello stesso autore; egli «sa bene che il presente / è già futuro e oblio», e riesce a godere di quelle raffiche di felicità che coglie mentre cammina per via.

L’equilibrio con cui si attraversa la vita non pone solo l’uomo al centro del conflitto tra Qualcuno e Nessuno, ma fa del singolo il campo di infinite forze che si sommano dentro di lui creando una doppiezza o pluralità profonda, che ne tocca le radici nascoste.

Qualcuno o Qualcosa, Alguien o Algo, in Una bussola sembrano sfiorare l’essenza stessa di Dio, che compone in un suo linguaggio segreto la storia del mondo contenente il passato e il futuro: il vortice del linguaggio divino, oscuro all’uomo, è una criptografìa, nella quale sono contenuti gli enigmi e i destini dei popoli – viventi e scomparsi- e degli individui. La presenza di Dio, sopra e oltre i casi oscuri e dolorosi che l’uomo vive nel tempo, aleggia sugli strumenti, talora inutili, con cui l’uomo si illude di decifrare la vita:


     Tutte le cose son parole dell’

     Idioma in cui, notte e giorno, Qualcuno

     Scrive, o Qualcosa, l’infinito intreccio

     Ch’è la storia del mondo. (…)

     C’è dietro il nome ciò che non si nomina;

     oggi ho sentito gravitarne l’ombra

     nell’ago azzurro, lucido e leggero

     che teso sempre a un mare rassomiglia.


Nella poesia dedicata A un poeta sassone, Caedmon, il cui nome sopravvive nelle note dei germanisti, dopo aver celebrato epicamente le gesta del suo re e dei suoi tempi, Borges gli si rivolge, notando che gli presta la propria voce per ridare vita  alle sue antiche parole: egli si augura che la sua vita personale si identifichi con quella di Ulisse e col suo nome Nessuno, ma che la sopravvivenza nella memoria possa restare non per sé come individuo ma solo per qualche suo verso che raggiunga il destino di perdurare nel tempo. Ancora una volta, i due pronomi Nadie e algun si confrontano e si scontrano in due versi consecutivi, proponendo un’opposizione tra la natura del poeta come uomo e la sostanza dei suoi versi:


     Che sia mio nome Nessuno, come lo fu di Ulisse,

     Ma che qualche verso duri

     Nella notte propizia della memoria.


Nessuno contrassegna dunque il destino dei viventi irrequieti, segnati dalla continua mutabilità nel tempo e nello spazio, Qualcuno invece identifica la fissità di una forma raggiunta, quasi consegnata alla eternità, esentata dalla natura proteiforme e fluida dell’acqua, del tempo, dell’oblio di tutto ciò che è mortale e variabile.

Il collegamento tra il mito di Ulisse, l’acqua, il tempo ed Eraclito risale almeno al 1960, quando nella raccolta L’artefice la poesia L’arte poetica condensa il nesso tra queste immagini nelle due strofe finali:


     Narran che Ulisse, stanco di prodigi,

     pianse d’amore nello scorgere Itaca

     verde e umile. L’arte è anch’essa un’Itaca

     di verde eternità, non di prodigi.

     È anche come il fiume interminabile

     Che passa e resta e riflette uno stesso

     Eraclito incostante, che è lo stesso

     E un altro, come il fiume interminabile.


La definizione di Eraclito che si bagna nel fiume essendo «el mismo y el otro» anticipa già significativamente il titolo della raccolta del 1964, che amplierà questi temi; la strofa iniziale della stessa poesia stabilisce il collegamento tra fiume, acqua e tempo, mutevoli e incessanti:


     Guardare il fiume ch’è di tempo e acqua

     E ricordare che anche il tempo è un fiume,

     saper che ci perdiamo come il fiume

     e che passano i volti come l’acqua.


La ricorrenza dei due pronomi Alguien e Nadie – e la loro continua interscambiabilità – rappresenta una trasposizione, in poesia, di concetti su cui almeno dagli anni ‘50 Borges elabora le sue riflessioni: nelle brevi prose di Altre inquisizioni, del 1952, compare il brano intitolato Da qualcuno a nessuno, meditazione sulle qualità di Dio che può essere definito solo tramite negazioni: in esso Borges dichiara che Dio è «l’abisso in cui furono generati gli archetipi e poi gli esseri concreti. È Nulla e Nessuno, chi lo concepì in tal modo credette che ciò fosse più che essere un Chi o un Che»; successivamente il discorso scivola su Shakespeare e sulla sua capacità di essere individualmente nessuno per la somiglianza con tutti gli uomini. La riflessione sul poeta inglese verrà completata dal brano Everything and Nothing, prosa che compare in L’artefice, del 1960. La sua ricerca di una identità che colmi il vuoto nel quale percepisce la propria essenza, lo porta a recitare come attore, assumendo per gioco altre identità, e infine a scrivere immaginando altre vite. Ancora una volta, è Proteo ad essere evocato sullo sfondo di questa incessante mutabilità del poeta inglese: «Nessuno fu tanti uomini come quell’uomo, che a somiglianza dell’egizio Proteo poté esaurire tutte le apparenze dell’essere». Il racconto si conclude con un dialogo immaginario tra Shakespeare, ormai ritirato dalle scene e tornato nel suo paese natale, e Dio, al quale rivolge la richiesta di poter essere finalmente «uno e io», ma Dio stesso gli risponde che il mondo è un suo sogno, creato per dare un senso alla sua non essenza, e dichiara di essere anch’egli «tanti e nessuno»: a Dio è così attribuita la stessa qualità di Proteo, capace di assumere tante forme e non coincidente con nessuno. Ciò fa intendere che Nadie non ha connotazione negativa, racchiudendo in sé la ricchezza dei mondi e delle vite possibili, mentre Alguien, con la sua fissità momentanea, rappresenta il limite rigido di chi conosce solo una vita.


Essere uno e contemporaneamente un altro, assommare in sé stesso vite passate anche concluse secoli prima, se può avere una prima origine in quel culto degli antenati eroi e guerrieri che caratterizzava la famiglia di Borges, nella cui casa familiare armi e ritratti di progenitori adornavano le pareti come traccia durevole del loro passato [7], è uno dei motivi conduttori della raccolta, ma trascende le dimensioni esclusivamente familiari alle quali pure l’autore fa riferimento, portandolo a identificarsi con la vita passata anche di autori, pensatori e poeti maggiori o minori, con quella di forestieri sconosciuti o di uomini sognati e immaginati.

Essere un altro uomo, vivere un’altra vita [8] non è solo proiezione del desiderio dell’autore o sentimento della sua vita, ma è ugualmente attribuito ai suoi personaggi, che come Ulisse vivono vite molteplici, oppure desiderano farlo.


Nella poesia dedicata a Emerson, il poeta immagina che alla fine della sua giornata il filosofo esca a camminare per le strade, riflettendo sui suoi studi e sulla conoscenza raggiunta ma concludendo i suoi pensieri con questo verso: «Non ho vissuto. Fossi un altro uomo» (Quisiera ser otro hombre).

Un’altra camminata, quella del Forestiero, segue un labirinto di «strade indefinite» in una città che non gli appartiene e nella quale non si riconosce, poiché la sua «vera vita si trova lontano»; il futuro lo porterà in altri luoghi, «presso il Mare del Nord», e gli farà scordare cose e persone, mentre continuerà a sognare posti dove non è mai stato, come l’epico Far West, sogno di tutti gli uomini che non vi hanno mai messo piede:


     Nella numerosa penombra lo sconosciuto

     Si crederà nella sua città

     E lo sorprenderà trovarsi in altra,

     d’altra lingua e altro cielo.


La vicenda del forestiero sembra riproporre il verso de La notte ciclica, «uomini ed astri tornano in cicli successivi»: il suo disorientamento nasce dal non riconoscere la propria essenza nel luogo e nel tempo in cui si trova a vivere, nell’essere dunque estraneo a sé stesso; in lui si identifica Borges, presentandolo come un alter ego: «il forestiero del mio sogno / (quello che sotto altre stelle son stato)».

Mentre nella poesia Gli enigmi Borges, riferendosi all’arte di Proteo di cambiare le sue forme, si prefigura la morte nel futuro, così definendo il suo destino: «Io sono colui che sta cantando/ Sarò domani il misterioso, il morto», lo stesso verso viene rovesciato specularmente in Junin, la poesia dedicata al luogo in cui il suo bisnonno materno, il colonnello Suarez, affrontò una battaglia in Perù:


     Sono io ma anche l’altro, il morto,

     l’altro ch’è del mio sangue ed ha il mio nome.


In questo caso il morto appartiene non al futuro prossimo ma al passato: egli è ancora presente nella persona del poeta che porta in sé stesso l’antenato, pur essendo un altro, cui Proteo ha assegnato una nuova forma; estranei l’uno all’altro ma compresenti, al poeta non resta che interrogarsi sul nonno con una «rotta voce» che lo porta a chiedersi: «chi mi dirà come eri, chi fosti».

In una poesia intitolata Al figlio Borges traccia una eredità ideale, rivolgendosi ad un figlio che non ha mai avuto; potremmo leggere questi versi come l’espressione di un lascito che suo padre ha trasmesso a lui, una riflessione sugli intrecci familiari di generazioni che vivono l’una dopo l’altra ma non sono mai del tutto morte né scomparse dentro di noi. Con la generazione di un figlio i padri e i loro antenati raggiungono un giorno del futuro in cui essi, col midollo e il sangue, si trasfondono nei secoli successivi; la loro presenza è paragonata a quella di una folla che preme alle spalle di ciascuno, in un lungo percorso, un dedalo che giunge da tempi e spazi lontanissimi, da Adamo e dai deserti di Caino e Abele. Insieme al figlio sono già presenti anche i suoi futuri figli. Il padre è contemporaneamente sé stesso ma anche il figlio e i nipoti che devono ancora nascere:


     Non sono io a generarti. Sono i morti.

     Sono mio padre, il suo, i loro maggiori.

     Quelli che un lungo dedalo di amori

     Tracciarono da Adamo e dai deserti

     Di Caino e d’Abele, in un’aurora

     Così antica che è ormai mitologia,

     per giungere, midollo e sangue, al giorno

     del futuro, a quest’ora in cui ti genero.

     Ne sento l’affollarsi. Siamo noi

     E tra noi tu, sono con te i futuri

     Figli nati da te. Saranno gli ultimi

     E insieme quelli d’Adamo. Ed io sono

     Essi. L’eternità sta nelle cose

     Del tempo, nelle sue labili forme.


Immaginando i futuri figli del figlio, Borges li definisce contemporaneamente come gli ultimi e insieme anche i primi, quelli d’Adamo; descrive un dedalo immerso in un tempo ciclico, nel quale si sono intrecciati non solo gli amori dei progenitori, ma anche i luoghi e i tempi delle generazioni, tanto che un padre può essere contemporaneamente figlio ed anche i figli futuri da lui nati, mentre i morti sono ancora dentro i viventi, creando quella sovrapposizione tra l’altro e il medesimo che dà il titolo alla raccolta.

«Non so se torneremo in un secondo ciclo / come le cifre d’una frazione periodica», scrive Borges ne La notte ciclica; le «labili forme» che chiudono l’ultimo verso sono ancora un riferimento al muta-forma Proteo, che nella sua capacità di riprodursi sempre rinnovandosi scavalca il tempo e sfiora l’immortalità.



*

[1] J.L. Borges, Tutte le opere, Mondadori, 1985-86, voll. I-II. I testi delle raccolte L’artefice, Altre inquisizioni e L’altro, lo stesso sono riportati nella traduzione di F. Tentori Montalto.

[2] Pròteo e Altra versione di Pròteo in J.L. Borges, Tutte le opere cit., Vol. II, pp. 701 e 703.

[3] I testi delle raccolte Fervore di Buenos Aires e La rosa profonda sono riportati nella traduzione di D. Porzio e H. Lyria.

[4] D. Porzio, Introduzione a J.L. Borges, Tutte le opere cit., Vol. I, p. XXXI.

[5] J.L. Borges, Tutte le opere cit., Vol. I, p. 1169.

[6] Ivi, p. 51.

[7] D. Porzio, Introduzione cit., p. XXVI: «Nella famiglia Borges vi era il culto degli antenati, in gran parte militari i cui nomi appaiono nella storia e nelle guerre per la liberazione e l’unità dell’Argentina».

[8] Ancora in Ciò che è perduto (L’oro delle tigri, 1972) Borges si chiede: «Dove sarà quella vita che avrei / potuto vivere e non vissi?».


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Immagine di copertina: Marc Chagall, Proteo, 1989

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