Title

Fuoricampo
DIANE SEUSS
E LA BELLEZZA PUNK DEI CORPI
di Domenico Iannaco
Frank: sonnets di Diane Seuss non è soltanto una ripresa moderna del sonetto shakespeariano: piuttosto è una raccolta di poesie intimamente coerente, capace di manipolare il linguaggio, conservandone l’aura poetica e spingendolo verso i suoi limiti metaforici, coloristici e plastici.
Seuss nasce a Michigan City, Indiana, nel 1956, e trascorre gran parte della sua vita professionale dedicandosi alla scrittura creativa in vari atenei, tra cui l’Università del Michigan e l’Università di Saint Louis a Washington. Vince il Pulitzer nel 2021 con Frank: sonnets (disponibile in italiano edita da Ensemble nel 2024). Tra le sue opere precedenti, va certamente ricordata Four-Legged Girl (La ragazza dalle quattro gambe, Ensemble, 2021).
Si parla spesso delle origini della poetessa e della sua appartenenza alla ‘classe lavoratrice’ americana, ma nei suoi versi la tematica sociale non è tanto realismo critico quanto memoria di una lotta per la sopravvivenza, di difficoltà che lasciano un segno e costringono chi le affronta a portare con sé le stigmate del combattente: è il destino dei provinciali.
Dai margini della società americana, Seuss emerge portando anche questa prospettiva periferica, che le permette di giocare con il sonetto, genere classico per eccellenza.
Fenomeni culturali consolidati si incontrano nel suo linguaggio: la cultura pop diventa parte del lirismo – con attacchi di verso che, in un certo senso, ricordano il punk rock – mentre le scuole di scrittura creativa si aprono a suggestioni più ampie. I suoi sonetti, in cui registro alto e basso si intrecciano, producono un effetto straniante sul lettore italiano, abituato a una lingua più ‘aristocratica’.
Le poesie di Seuss riprendono e reinterpretano il sonetto elisabettiano: i versi si allungano, l’autrice sperimenta, ma spesso pensa per singolo verso, più che per il componimento come unità strutturale completa. L’uso intenso del movimento analogico da un punto all’altro della composizione rende naturale questo approccio.
Alcuni paesaggi restano impressi: il trauma, la morte del padre, l’aborto, la perdita di un amico, la vita con un figlio tossicodipendente. Temi ricorrenti, ma modulati in forme diverse e con tanti rimandi ossessivi. Le ascensioni liriche e le accelerazioni (orizzontali) derivano dal frammento, dall’esperienza fluida del ricordo: una tecnica che richiama i poeti confessionali ma con afflato whitmaniano. Il sé resta punto di partenza e arrivo della sua poesia.
Forse si dovrà dire che, tra i modelli ideali, la lirica della Seuss è debitrice tanto del poeta di Foglie d’erba quanto di John Keats. Senza entrare nel discorso di affinità tra autori e nelle dichiarazioni di poetica, spesso affidate a ricordi e interviste, emerge una sensualità di derivazione keatsiana (la bellezza dell’immagine, le impennate liriche, il modo di concepire il componimento lasciando il singolo verso nel fuoco dell’attenzione, ricordano certa tradizione romantica: la capacità di lasciarsi impressionare dalle cose, di percepirne il respiro e la fisicità). La poesia appassionata di Seuss resta sempre profondamente legata alla fisicità del reale.
… Pam mi direbbe che strappare il cerotto della ferita di qualcun altro,
non è compito mio e chiaramente ha ragione,
perché dire o fare qualcosa, immagino che “ti voglio bene” sia sufficiente
ogni tanto, il piccolo angolo all’insù del cerotto,
è un richiamo ad Ahab morto legato al fianco della balena, qualcosa che
preme per esser detto o letto, ascoltato o dimenticato, una melodia…
Nei versi emerge una fluidità di movimento, che culmina nella bellissima allusione alla morte di Ahab. L’urgenza di dire ha uno spazio tutto suo come pure il sintagma «non è compito mio», ma il focus del lettore si ferma su quel «ti voglio bene» che è un fremito, un momento di commozione che, nella sua semplicità, risalta in contrasto con la costruzione raffinata e concettosa del testo.
Sono questi i punti in cui le liriche si fanno più intense o in cui sembra di assistere all’evolversi di una piccola illuminazione, come se si fosse lì a osservare un dettaglio o un paesaggio. Richiamano il rapimento di uno spettacolo, forse sublime o, più semplicemente, toccante e lirico, simile a molta arte astratta che mescola colore, gesto e valore simbolico delle forme.
Si tratta di istanti in cui la bellezza inonda la vita (perché le appartiene) e appare più chiaro il rapporto della poetessa con l’oggetto, fatto allo stesso tempo di amore e di distacco. Contemplare un fatto, un paesaggio o il ricordo di una persona diventa anche un modo per tornare all’osservazione della propria esperienza e per abituarsi a tal punto alla ‘cosa’ da creare una certa distanza, che permette di intervenire sulla lingua senza essere sommersi dal sentimento o dal flusso di coscienza.
Per concludere, si può leggere una forma altra di poesia confessionale, senza che ciò sminuisca l’impatto dell’esperienza traumatica. Ne emerge il ritratto di una donna sempre consapevole di essere un'artista, benché ferita, non importa dove e chi ha di fronte.
Forse uno dei segreti per invecchiare restando fedeli a sé stessi non consiste nel reinterpretare il passato, ma nel muoversi dai legami dell’infanzia a tutti i fatti della vita per comprendersi in un episodio particolare, in un punto.
La poetessa ha fatto tanta strada dalla morte del padre: è diventata madre, ha vissuto altre tragedie e ora è seduta a casa sua, consapevole che il senso della vita si coglie solo raccontando la propria storia, presentendone la fine.
***
La cosa migliore è quando rispondi solo all’assoluto presente,
la pioggia, la pioggia, pioggia, pioggia e vento, una nuvola
iridescente, un’altra sparatoria, questa volta in un centro commerciale
in Germania, è questo il motivo per cui la gente desidera che altra gente la
abbracci, camminerò fino alla baia dove c’è
una sorta di pace, anche vuoto, il volo veloce e il grido
delle rondini, chi possiede ora il lusso del vuoto o della pace,
la bellezza del tuono in un luogo dove tuona raramente,
la mente come una lepre che balza, balza, i miei capelli bagnati
sul collo, il negozio da barbiere del nonno, le brillantine
allineate per colore come un arcobaleno, il tavolo da biliardo rimosso
per fare una stanza dove la bisnonna potesse trascorrere gli anni, mio
padre che intaglia un semicerchio nel tavolo della sua cucina per adattarlo
attorno al tubo della stufa, pioggia, pioggia, il fascismo in America è assordante.
***
Qui su questo limine ho avuto molte piccole visioni. Che tutto nella sua essenza è grigio tortora.
Strofinate via il rossetto dalla bocca di qualsiasi cosa e troverete il grigio tortora. Con il
pollice ho sfumato l’azzurro del cielo e l’azzurro dell’acqua e ho scoperto, quando l’ho presa a calci
con la mia scarpa, che anche la sabbia nella sua essenza è grigio pellicano. Sto rievocando l’Eden.
Come ogni cosa si pavoneggiava nel colore. Come le malvarose finivano le frasi l’una dell’altra.
Come sentivo la mancanza dei predatori e della paura di essere divorata. Come mi mancava l’essere divorata.
Come l’oceano e il continente siano in essenza l’amore nel gravoso compito di incontrarsi.
Come anche in presenza della burrasca in superficie, gli abissi allattino serenamente l’amore. Quello sguardo che chi
allatta fino a tardi osserva negli occhi di chi succhia: una pace consueta, compiaciuta. Come proteggere quella pace, svezzarla
è un compito terribile. E sfumare bellezza è scoprire bruttezza. E sfumare bruttezza è venire
stesi dallo splendore. Come ogni mela è la mela avvelenata. Come è rosea la buccia. Come è dolce
la polpa. Come succhiare il veleno della mela sia l’unico vero pasto, l’invocazione e l’Ultima
Cena. Come la quiete si annidi nella spina dorsale del vento. Come persino le lapidi s’innalzino e si abbassino
con le maree. E le bare sono piccole barche ostinate che si fanno largo verso l’altra riva dell’amore.
***
Party tra estranei, punk, berretti e cinghie di pelle, che m’infilano
antidepressivi tra le labbra. Quello che infilavano ingoiavo.
Ti è difficile immaginarmi con indosso un rossetto color oro? L’ho fatto. Ti è difficile
immaginarmi stupida? Sono stata spartita come pane tra estranei.
Per un paio di notti, fui la cosa nuova. Poi solo una cosa. Di giorno gestivo
un negozio di abiti usati, seduta a un tavolo da gioco con una scatola di sigari per
cassa, il luogo troppo piccolo per più di una coppia di stand di abiti usati
e smoking. Ogni giorno uno sceneggiatore appena arrivato dalla Polonia si sedeva
davanti a me, ginocchio contro ginocchio, e leggeva il suo orrendo copione.
Mi chiedeva un giudizio critico ma quando glielo davo mi derideva, una volta mi ha persino sputato
in faccia. Lasciai il lavoro per non avere a che fare con lui, o non lo lasciai, è che un giorno
non mi feci più vedere. Funzionava così allora. Ero senza valore, no?
Ora suona strano, quando tutti sono così impegnati a valere. Mi pavoneggiavo
negli abiti usati rubati, in topless. Ero il genere di scrittrice denominata anonima.
*
I testi sono tratti da Diane Seuss, Frank: sonnets, a cura di A. Bava e A. Basile, Ensemble, 2024.
**
Immagine di copertina: Tracey Emin, There was blood, 2022
