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Fuoricampo

CORRADO GOVONI,
L’ACROBATA DELLA PAROLA

di Bertrando Goio

Govoni. «Chi era costui?». Il quesito manzoniano ben si adatta alla figura di uno degli autori che, pur avendo influenzato e caratterizzato buona parte della poesia del ’900 italiano, non ha avuto la fortuna e la diffusione che avrebbe meritato. Anzi, diciamo pure che è stato messo da parte e, tanto in vita quanto dopo la morte, molte sue opere ebbero una sorta di maledizione che ne impedì una giusta e ampia diffusione, condannandole sovente all’oblio. Eppure Corrado Govoni non solo attraversò mezzo secolo di letteratura, ma per molti versi inaugurò quell’importantissima corrente passata alla storia con il nome di crepuscolarismo, di cui fecero parte autori celeberrimi come Sergio Corazzini e Guido Gozzano, per citare due tra i più famosi. Gozzano è poi, e non a torto, solitamente considerato l’exemplum, il crepuscolare per eccellenza.


Ma Govoni? Nel 1903, il giovane poeta pubblicò, appena diciannovenne, un libro, il secondo della sua carriera, intitolato Armonia in grigio et in silenzio. Se indubbiamente nella stesura aveva attinto ad altri autori, primo fra tutti il franco-belga Rodenbach, è altrettanto vero che qui troviamo da un lato già sviluppati tutti quei temi che saranno presenti nella successiva poesia crepuscolare nostrana, dall’altro un’originalità che già lo proiettava verso altri lidi, con uno stile e una poetica che si stava evolvendo per diventare unica, personale e inconfondibile. È quello stile che vedremo progressivamente maturare nelle opere successive, almeno fino al 1915, con la pubblicazione della raccolta che probabilmente costituisce il suo zenith: L’inaugurazione della primavera. Dopo poetò con grazia e raffinatezza sempre ad altissimo livello, ma la sua stagione più interessante, innovatrice, fu senza dubbio quella che chiuse il lungo ’800 o, se preferiamo, che inaugurò il terribile secolo breve. Lo iato cronologico non è, in tal caso, una di quelle semplici gabbie schematiche spesso usate per dividere artificiosamente i periodi dell’opera di un artista: la prima guerra mondiale fu un evento che cambiò non solo tutto, ma la visione che di questo tutto gli esseri umani cominciarono a maturare, fino a giungere all’apocalisse della seconda guerra. Non dimentichiamo inoltre che Govoni stesso subì nel 1944 la perdita del figlio Aladino, torturato dai nazisti e fucilato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Da qui nascerà Aladino. Lamento su mio figlio morto (1946), in cui il poeta riversa la sua inconsolabile disperazione.


Torniamo ad Armonia in grigio et in silenzio, un testo già pienamente novecentesco, che si lascia Pascoli e soprattutto d’Annunzio alle spalle, anche se già d’Annunzio aveva subito una prima demistificazione e riduzione nel primo banco di prova del giovane Govoni, Le fiale (1903), ancora fortemente intriso di elementi simbolisti.

In Armonia troviamo un mondo ridotto al minimo, privo di gloria, di tono basso e in cui ogni oggetto viene proiettato su uno sfondo universale: è l’evoluzione del simbolismo verso quello che Eliot definirà, in un celebre saggio, correlativo oggettivo [1]. Con i suoi cortili, conventi, suore, cimiteri, canali d’acqua morta, mendicanti e salotti borghesi, Govoni dipinge un paesaggio che ormai ha perso ogni velleità di splendore. È la crisi dell’uomo novecentesco, l’incapacità di trovare il grimaldello per aprirsi quella via di fuga che tormenterà più tardi Montale: è il male di vivere che incombe. Il microcosmo govoniano (e degli altri crepuscolari) pare dunque l’unico ambiente possibile, l’unico concesso alla poesia.

Tuttavia, a dispetto di questa smorta immobilità, Govoni, in un apparente contraddizione con il titolo (che fece al tempo pensare perfino a una presa in giro), accanto a un linguaggio prosastico e basso, libera la sua inesauribile fantasia per creare e inventare quegli accostamenti bizzarri, quelle analogie aberranti e quelle immagini sconvolgenti che Montale, nel necrologio scritto per il Nostro, definì «straordinarie [...] quali non ha forse nessun’altra letteratura» [2].

Quindi, accanto a questa sinfonia senza suoni, incolore, a dispetto delle intenzioni, la fantasia poetica non si frena ed anzi inizia proprio in quel periodo a produrre il regno fantasioso e a tratti favolistico che troveremo sempre più sviluppato e ardito nelle raccolte successive: Fuochi d’artifizio, Gli aborti, Poesie elettriche e L’inaugurazione della primavera.


Affrontare anche solo queste opere di Govoni in così poco spazio è davvero impossibile per cui tenterò di darne, chiedendo venia a Calliope, una rapida descrizione.

Fuochi d’artifizio costituisce in un certo senso l’ampliamento metrico e tematico di Armonia in grigio et in silenzio, rispetto al quale notiamo un’assoluta libertà e un disordine ordinativo pressoché totale. Si tratta di un testo privo di una vera struttura, magnifico e terribile nella sua esplosione di immagini sospese tra il macabro, il funereo, il festoso e l’agreste (in cui fa capolino una psicologia molto pascoliana).

Gli aborti, frutto dell’unione di due raccolte destinate in origine a uscire separatamente (Le poesie di arlecchino e I cenci dell’anima), ci presentano un autore in versione maudit, cupo e urbano un po’ alla Baudelaire. Incontriamo immagini di morte eccentriche, spesso disturbanti, marcescenti e disgustose fino al parossismo. Da notare che se le Poesie di arlecchino sono solo e unicamente sonetti, nella seconda sezione domina il verso libero.

Poesie elettriche è un evoluzione ma, come sempre accade in Govoni, l’evoluzione non è mai totale e anche qui rileviamo tutta quella teoria di oggetti e ambienti ancora crepuscolari: è un libro – tra i suoi migliori – vario e certamente più luminoso, quasi purgatoriale e ricco di elementi favolistici, di tenerezza e di slancio panteistico verso la natura ma con un residuo di quel gusto per l’orrido che non abbandonerà mai il poeta.

L’inaugurazione della primavera è l’opera in cui Govoni tocca il punto più alto della sua produzione. È una raccolta di poesie spesso lunghe o lunghissime, in cui Govoni sembra aver trovato da un lato la sua maturità, e dall’altro aver perso ogni freno nella sua foga descrittiva. Una raccolta talmente ricca e sfaccettata da essere ancor meno definibile delle altre, in cui vi è l’esplosione incontenibile della natura accanto a notti urbane cupe e sinistre, l’amore degli amanti e il ricordo del mondo perduto, animali beffardi (quasi fossero i protagonisti di un bestiario medievale). Qui l’autore sembra non accontentarsi mai della sua ossessiva gioia elencativa, come un fiume in piena.

Non ho ancora parlato di Rarefazioni e parole in libertà, del 1915, dove Govoni ‘gioca’ a fare il futurista attraverso calligrammi e poesia visiva. Non è certo il titolo più rappresentativo della poetica govoniana, bensì una sorta di divertissement nel solco del suo periodo di adesione al movimento futurista.


Govoni fu un vero e proprio acrobata e saltimbanco della parola, forse il poeta più creativo che il Novecento abbia generato. Anche quando con Poesie elettriche e L’inaugurazione della primavera si dichiarò futurista, la sua presa di posizione fu più di comodo che programmatica: far parte del giro di Marinetti & co. era indubbiamente un vantaggio in termini di possibilità; ma presto si distaccò da Marinetti e da quel futurismo a cui (per sua stessa ammissione) non aveva mai creduto. Così pure allora scrisse come gli piaceva, coltivando quella propensione anarchica e unica che rese e rende tutt’oggi inutile ogni tentativo di catalogazione dei suoi versi.


Questo suo modo di essere, di vivere e di scrivere sancirono la sua condanna: fin dagli esordi venne guardato con sospetto e diffidenza. Nel 1918 uscì un’antologia, Poesie scelte, nella cui introduzione gli editori parlavano addirittura di ‘battaglia govoniana’ che avrebbe dovuto rompere la scorza che separava il pubblico dal poeta ferrarese. Interessanti, a tal proposito, le parole spese da Lionello Fiumi nel suo (il primo in assoluto) saggio su Govoni del 1918: «Una sorda muraglia d’indifferenza o addirittura di ostilità sbarra il contatto fra quei tenaci pionieri ed il pubblico pecorino: perché questo, dietro l’indice teso della critica più in voga, accorre piuttosto ad abboccare alla rigatteria scipita di certe grosse montature le quali, checché si claqueggi, nulla fanno se non ripetere fino all’ennesimo calco le cifre gloriose dei tre [Carducci, Pascoli, d’Annunzio, n.d.a.]. Così avviene che paurosamente distante dal pubblico è, ancora, Corrado Govoni. Ma noi, liberi, che l’abbiamo letto, che abbiamo voluttuosamente assaporato otto suoi libri e per ciò lo amiamo e lo crediamo grande, noi vogliamo mostrare ai più graniticamente cocciuti quale poeta l’Italia possiede in Corrado Govoni. Questo è nazionalismo di buona lega. Vi riveliamo un tesoro, che voi possedete e non sapete di possedere. E nulla vi chiediamo: solo ascoltarci».


Bisognerà aspettare mezzo secolo perché Sanguineti cominciasse a ridare a Govoni una dignità poetica nella celebre antologia Poesia italiana del Novecento (1969). Nel 1973 uscì per i tipi di Mursia la monografia di Fausto Curi Corrado Govoni. Nel 2000 Mondadori pubblicò un’antologia che ebbe pochissima fortuna. Successivamente un’operazione coraggiosa della Quodlibet ridiede alle stampe Poesie elettriche (2008) e, dopo un silenzio durato dal 1905, Fuochi d’artifizio (2013 – quest’ultimo solo in ebook), mentre San Marco dei Giustiniani ripubblicò Rarefazioni e parole in libertà (2006) e Gli aborti (2008). Infine, in campo extra-editoriale va citata la tesi di dottorato di Francesco Targhetta, Corrado Govoni 1903-1907, che offre una preziosa e raffinata analisi linguistica e filologica delle prime raccolte del poeta di Tamara. Ironia della sorte, L’inaugurazione della primavera, che, come si è detto, rappresenta la sua opera più importante o comunque una delle più belle, dopo il 1920 non venne mai più pubblicata.


Govoni rimane in sostanza un grande dimenticato, o meglio, un illustre sconosciuto che andrebbe ben più considerato e valutato. Ma proprio il suo essere libero e inafferrabile lo rende una delle figure più affascinanti del nostro panorama poetico. In chiusura, un commovente e delicatissimo ricordo del poeta scritto da Leonardo Sinisgalli: «Bisognerà rendere giustizia al vecchio Govoni... Govoni c’incantava con la sua mercanzia venduta a buon prezzo e in una baracca suburbana. Il bambino e il vecchio trovavano sempre qualcosa che nessun altro aveva mai portato e che avevano desiderato per un anno intero. Verrà, pensavano, il signor Govoni con la sua bancarella».



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[1] Thomas Strearns Eliot, The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism, Methuen, Londra 1920.

Eliot così definì il correlativo oggettivo: «una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un’emozione particolare».

[2] Eugenio Montale, È morto Corrado Govoni poeta fanciullo della natura, Corriere della Sera, 21/10/1965.


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Immagine di copertina: Corrado Govoni, Autoritratto, 1915


26/07/2022