Cavolacci riscaldati

L'ANELLO CHE NON TIENE

di Leonardo Tonini

La parola filosofia è molto più densa di quanto comunemente si intenda. Tradurre infatti ‘filosofia’ con ‘amore per la sapienza’ è senz’altro un semplificare il problema, anzi è un tentativo di non porlo più come problema. Basta però scendere nella profondità dell’etimologia e un altro e più pregnante significato si mostra.

Filos vuol dire ‘cura, attenzione’; sophia deriva da saphes che sta per ‘chiaro, luminoso, non in ombra’.

Mentre la fede è argumentum non apparentium, l’argomento che trasforma in certezza ciò che di per sé è invisibile [1], la filosofia invece è cura per ciò che è chiaro, alla luce. E qui, in questa ricerca di chiarezza, noi troviamo il nesso tra filosofia e poesia. Anche la poesia è chiarezza, luce, cura di ciò che è evidente. Ma la poesia, a differenza della filosofia, mostra il dettaglio, l’apparentemente insignificante che prende forma di verità.

Il poeta è colui che della realtà coglie dettagli che ad altri sfuggono e che ci fa percepire una diversa lettura delle cose, un possibile disvelamento al di là della comunicazione quotidiana. È un cercatore che rivela la crepa da cui passa la luce,  la via d’uscita dal mare tempestoso del reale.


     Vedi, in questi silenzi in cui le cose
     s’abbandonano e sembrano vicine
     a tradire il loro ultimo segreto,
     talora ci si aspetta
     di scoprire uno sbaglio di Natura,
     il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
     il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
     nel mezzo di una verità.


     (Eugenio Montale, I limoni)


Sarebbe un errore considerare il poeta come colui che ha avuto una illuminazione e che pertanto ci rivela quel che ha scoperto. Il poeta è piuttosto un sofferente che, attraverso il linguaggio, insegue la causa, l’origine della sua sofferenza. L’uomo sano nuota felicemente nel mare del quotidiano e, come i pesci che non conoscono l’acqua [2], non prova disagio, senza il quale non può sorgere la domanda: è impossibile a darsi ciò che non si cerca. Il poeta non vede la luce, vede il buio in cui siamo immersi.

Il poeta moderno – che «come tutti possono vedere è il più sfortunato degli uomini» [3] – fa di sé stesso insieme il Giobbe del suo tempo (per aver compreso che tutto è vanità) e il ‘cireneo’ [4] che si carica di una croce non sua. Quasi non ricorda che la propria vera missione è quella di ricercare il dettaglio, la crepa da cui passi una luce; non ricorda di essere chiamato ad accogliere in sé lo splendore del mondo [5].


Ma proseguiamo con il ragionamento: perché il mondo reale appare al poeta come un mare in tempesta? cosa vede di così minaccioso?

Un passo verso una risposta ci viene da Martin Heidegger, il filosofo che, dopo il nostro Benedetto Croce, più si è interessato alla poesia: «La parola non è mai in primo luogo espressione di pensieri, sentimenti o volizioni. La parola è la dimensione iniziale prima di cui l’essenza dell’uomo tout court non è in grado di corrispondere all’essere e al suo appello e, nel corrispondere, di appartenere all’essere. Questo corrispondere iniziale, compiuto propriamente, è il pensiero. Solo pensando impariamo ad abitare nell’ambito in cui avviene l’affrancamento del destino dell’essere, l’affrancamento dall’imposizione» [6].

Che tradotto dall’heideggerese si legge più o meno così: la parola (e quindi e soprattutto la poesia) non è prima di tutto un mezzo per comunicare (pensieri, sentimenti e intenzioni) ma è il pensiero, cioè lo strumento che la natura ci ha dato per affrancarci dall’imposizione, e per quindi essere pienamente uomini (e donne).

Che cosa intende il filosofo con «affrancamento dall’imposizione»? Ce lo spiega nelle pagine successive, dove in sostanza dice che l’essenza dell’imposizione è il pericolo, la minaccia.


Non sta alludendo a niente di metafisico, il mondo è una continua minaccia.

Leopardi ci dice che la Natura è matrigna agli uomini: totalmente indifferente a noi, come individui e come specie. L’unico strumento che abbiamo per difenderci dal pericolo è il cervello, il pensiero che è fatto – secondo Heidegger – di parola.

La società moderna, oggi così in crisi, ha fatto di tutto per allontanare la minaccia, o meglio, per cercare di nasconderla. Il pollo nel supermercato è pulito, liscio, ben confezionato, illuminato bene, morbido al tatto e fresco. Tutto vorrebbe essere ben confezionato, nessuno vuol vedere la fabbrica dove i pulcini maschi vengo tritati a milioni per farne crocchette per il nostro gatto. Paradossalmente – come ognuno sa – questa ansia di ordine si trasforma in puro terrore di perderlo, ossia di perdere il nostro livello di benessere, i nostri privilegi. Con la conseguenza che gli Stati spendono una quota sempre più elevata di questa ricchezza per costruire armi, e spesso per usarle.

Da sempre ritengo che il poeta non abbia nessun merito: è una persona normale con difetti comuni, talvolta meschino, talvolta eroico, come tutti, uomini e donne. Ma egli è il tramite che la poesia usa per realizzare sé stessa, poiché su questo pianeta siamo l’unica specie che scrive (o declama) poesie.


La poesia, come ho detto, non fa chiarezza nel ragionamento (filosofia), bensì nella visione. Tornando alla metafora del pollo confezionato, il filosofo ci direbbe che quello non è un uccello, ma un prodotto derivato attraverso un processo industriale altamente inquinante che ha sterminato un essere vivente e ne ha sprecato la maggior parte al fine di lucro e non per nutrire la popolazione; mentre il poeta ci farebbe notare la venuzza sfuggita alla pulizia che quel pezzo di carne ha in comune con la nostra carne.

Il poeta non è quindi il consolatore, e non è nemmeno il creatore di un mondo virtuale dove cercare rifugio, ma è colui che riflette sul linguaggio con strumenti non scientifici (perché la poesia risale a molti millenni prima dell’invenzione del metodo scientifico) allo scopo di scorgere la verità del mondo.

Ciò che può sembrare una visione moderna della poesia e una delle tante, è invece a parer mio una cosa assai più essenziale. Persino Omero rifletteva sul linguaggio per veder meglio la realtà. La descrizione dello scudo di Achille, ad esempio, è un’esplosione di dettagli che insegna ad osservare la bellezza, i prodigi del lavoro umano, a cogliere la struttura della società, a comprendere che la giustizia sia da preferire alla guerra.

Dare più importanza al dire che al detto (anche solo scrivendo in versi invece che in prosa) non cancella il resto. Sempre in riferimento a Omero, troviamo che egli parla dei valori dell’unità fra gli uomini, dell’audacia, degli dèi e delle forze al di fuori del nostro controllo e a cui dobbiamo adattarci; parla di mostri che rappresentano le pulsioni oscure della mente e della natura, della nostalgia del ritorno, del rispetto che si deve ai defunti, del compiere il proprio dovere nonostante la morte. La poesia, dagli antichi a noi, è fatta di questo.



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[1] Cfr. Emanuele Severino, Pensieri sul Cristianesimo, ed. Rizzoli.

[2] Cfr. David Foster Wallace, Questa è l’acqua, ed. Einaudi.

[3] Cicerone, Tuscolanæ disputationes, libro V: «ex quo omnibus bene veritatem intuentibus videri necesse est miserrimum».

[4] Cfr. Giovanni Giudici, Autobiografia. «Ah cireneo Montale / la gloria molesta / del nostro leggerti male!».

[5] Cfr. Johann Wolfgang von Goethe, Il divano occidentale – orientale, Note e dissertazioni.

[6] Martin Heidegger. La svolta, ed. Il melangolo, p. 17.


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Immagine di copertina: Space fruits: lemons, Andy Warhol, 1978


04/10/2022