Cadenze d’inganno

ASSAPORARE LA LONTANANZA.
NOTE SU “RUGGINE E ORO”
DI MARCO MUNARO

di Angelo Andreotti

A un certo punto della vita succede. Succede che ti rivolgi ai tuoi ricordi e inizi a interrogarli, non con domande, ma con uno stato d’animo che ti tocca nei posti in cui i ricordi sono stati vita vivente, e allora si riempiono di dettagli che soltanto la lingua poetica può esprimere.


Ma iniziamo dal titolo di questo delicatissimo libro di Marco Munaro: Ruggine e oro (Il Ponte del Sale, 2020). I luoghi di cui si parla sono Rovigo e dintorni, tra i fiumi Adige e Tartaro (o Canalbianco) e, più distante, il Po. Rovigo, dunque. Nella nota in fondo al libro Munaro scrive che il nome della città deriva da Robigo, la divinità romana Robigus – maschile per Varrone e Verrio Flacco, femminile per Ovidio, Columella e Tertulliano – venerata affinché il grano (oro) non maturasse anzitempo esponendosi al fungo (ruggine). Ma Ruggine e oro potrebbe essere tradotto anche con Penìa e Poros: nel mondo greco personificazioni di povertà e abbondanza e, secondo Platone, genitori di Eros, quasi a consentire una sovrapposizione tra Eros e Rovigo non del tutto illecita, visto che questo libro è anche una dichiarazione d’amore di Munaro a Rovigo e al suo territorio.


Ruggine e oro potrebbe inoltre essere un rito di passaggio, necessario per far pace con i ricordi e gli abbandoni che la vita semina qua e là nei nostri giorni concretizzandosi in spazi (effettivamente cercati dal poeta) non soggetti alla dimenticanza, per quanto sì al cambiamento. Materia quindi per la nostalgia, che però Munaro sa mantenere a distanza, consapevole che, come ci spiega Antonio Prete, «Di fatto non si ha nostalgia di un luogo ma del tempo vissuto in quel luogo» [1]. E siccome il tempo è irreversibile qualsiasi ritorno è impossibile.

Benché protagonisti di queste poesie misurate con la metrica dei passi, questi luoghi non reclamano alcun nóstos e non producono alcun serio álgos (probabilmente qualche rimpianto per ciò che non è stato, o per ciò che resta definitivamente irrisolto). Al massimo, ed è umano, possono tingersi alle volte dell’ombra della malinconia, visto che in queste poesie non c’è un ripiegamento in sé stessi, bensì un pensare che è un ‘rammemorare’: «Far salire dalla casa dell’interiorità immagini che affiorando si trasformano in linee della conoscenza» [2], quando la conoscenza è anche rassegnazione al non poter più sapere.


Viaggio per ricordare? Scavo nella memoria attraverso i territori del vissuto? Oppure «quasi un pellegrinaggio», come pensa Stefano Strazzabosco nella sua coinvolta postfazione. Credo si attagli bene a questo libro di Munaro un’affermazione di Edmond Jabés: «Bisogna aver imparato molte strade per accorgersi, alla fine, che in nessun momento si è lasciata la propria» [3].


Che sia un percorso nello spazio, in uno spazio intimo, lo conferma l’elenco dei toponimi indicati come a seguire una mappa che, nella prima sezione del libro, va dall’Adige al Tartaro (o Canalbianco) intrecciando passato e presente, cose e affetti, immaginazione e memoria, in coppia per aiutarsi l’uno con l’altro, perché in fondo c’è il bisogno di capire come sei diventato ciò che sei. D’altra parte la dichiarazione è tra le prime pagine del libro, due versi, niente di più ma già abbastanza come imperativo: «Cercare i nomi // Camminare, comunque, sospesi» (p. 32).

Paul Auster, che fu anche poeta, ha scritto: «È camminare che ti porta le parole, che ti permette di sentire il ritmo delle parole mentre le scrivi nella tua mente. Un piede avanti, poi l’altro piede, il doppio battito di tamburo del tuo cuore. Due occhi, due orecchie, due braccia, due gambe, due piedi. Questo, e poi quello. Quello, e poi questo. Scrivere incomincia nel corpo, è la musica del corpo, e anche se le parole hanno significato, possono a volte aver significato, è nella musica delle parole che i significati hanno inizio» [4]. Tant’è che Munaro scrive: «Solo chi cammina si accorda / alla terra che gira» (p. 33), e più oltre, in una lunga poesia dedicata all’amico Sergio Garbato, «Ruota del destino / che porti il cammino» (p. 49), ma anche «Ruota del destino / che muti il cammino» (p. 53).


Assaporare la lontananza da ciò che è a ciò che è stato «nelle pieghe del buio, nel fluire dell’acqua. / Principio del tempo minimo, del tempo / lento» (p. 32), idea sottratta dal principio del matematico francese Pierre de Fermat (è il poeta stesso a dirlo in nota) che, pressappoco, afferma che il percorso tra due punti preso da un raggio di luce è quello che è attraversato nel minor tempo, dunque la linea retta. Ma una linea retta è quella dello sguardo che anticipa il tempo lento del cammino. Così quello di Munaro è uno sguardo da lontano che trova il suo cannocchiale (e quindi l’avvicinamento) nei luoghi del ricordo, e i ricordi hanno la forma dei sogni, come pare nell’ultima poesia del libro (p. 78) intitolata a Galilei:


     Cosa vedi laggiù dalla finestra?

     Un muro, una ragazza che passa

     o una formula che spiega il tempo?

     È maggio siamo avvolti dalla

     maestà degli alberi verdi e quasi in fiore

     io guardo i fili d’erba matta

     le spighe d’oro

     i cardi che fra poco scriveranno

     i loro calligrammi nell’aria

     e penso al tuo pensare

     alle parole di una canzone amata

     correndo

     la mattina quando suonano le campane

     nella via deserta

     e ti svegli.


Ma il ricordo è anche il momento della comprensione tardiva, di «Qualcosa che si sente e si capisce / dopo, quando non c’è più» (p. 41), oppure del silenzio definitivo, un silenzio «pieno di voci che non si dovevano nominare / finché venivano alla bocca / come qualcosa di non ancora udito, non ancora detto / o detto molto tempo fa, a nessuno» (p. 32). Così è il silenzio della nonna Rusina in una poesia struggente che insegue una sofferenza mai detta, mai saputa: «Venivano a salvarti / passo passo, nel buio, nel silenzio, perché? / Nel silenzio, perché, Rosina?» (p. 36). Poesia piena di dialettismi (qua e là nel corso del libro), come se con questi il poeta potesse avvicinarsi, ancora adesso, al mondo della nonna materna. Un altro silenzio è quello della madre (p. 43):


     Parlami, vengo da te nel tuo silenzio, senza parole

     e fitto di uno sbocciare di rose a maggio

     di quando ragazza correvi

     Hai amato? Sei stata amata? Quanto hai osato lo so

     Avevi la luce, negli occhi neri luminosi

     avevi un destino grande come l’amore

     il canto, l’ignoto che sei.


È una poesia dell’anima che si cerca, quella di Marco Munaro, ma si cerca in posti che non ci sono più, in un tempo che non c’è più, e il poeta ne è consapevole (p. 76):


     La foce chiama

     dove non c’è nessuno

     e anche i ricordi svaniscono


     con l’orma delle cose

     perdute

     con l’inquietudine nata


     nella purezza più nuda

     nello stupore

     di uno sguardo che tocca la sua fine.


Forse la motivazione sta dentro a questa enigmatica (ma non impraticabile) domanda di Jabés: «Come avviene che noi, pur avendo davanti il cammino tracciato – o i nostri possibili cammini –, prendiamo generalmente quello che ci allontana dalla meta, ci porta là dove non siamo – ma forse ci siamo?» [5].



*

[1] Antonio Prete, Trattato della lontananza, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 83.

[2] Ivi, p. 78.

[3] Edmond Jabés, Dal deserto al libro. Conversazione con Marcel Cohen (1980), trad. it. di Franca Santini e Gianni Scalia, Elitropia, Reggio Emilia 1983, p. 21.

[4] Paul Auster, Diario d’inverno (2012), trad. it. di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino 2015, p. 179.

[5] Edmond Jabés, Il libro delle interrogazioni (1963/64/65/67/69/72/73), trad. it. di Alberto Folin, Bompiani, Milano 2015, p. 1287.


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Fotografia © Luigi Ghirri


21/09/2021