Cadenze d’inganno

NEL GIARDINO D’INVERNO.
NOTE SU “ADDIO”
DI CEES NOOTEBOOM

di Angelo Andreotti

È un caso che Cees Nooteboom nel suo più recente libro di poesie (Addio, trad. it. di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano 2020) inizi con un giardino, così come Friedrich Hölderlin fa iniziare la prima stesura della sua tragedia La morte di Empedocle? Certo, con la lettura che ne fa Hölderlin di Empedocle il contatto resta solo quel giardino, peraltro assente nelle due successive versioni che ci sono pervenute, perché il filosofo agrigentino che ha in mente il poeta è «un riformatore radicale, che non riuscendo a realizzare nella società la perfetta unione di spirito e natura, lo realizza come esemplare martirio individuale, sprofondandosi nel cratere dell’Etna» [1]. Per dire che l’Empedocle di Hölderlin non è quello di Nooteboom.


E tuttavia, nel libro dell’olandese, c’è quell’atmosfera ombrosa che si respira leggendo l’Empedocle di Hölderlin, per il quale, in quel libro di grande dolcezza che è Tumbas [2], non ne scrive una scheda e neppure ne sceglie una sua lirica (come invece succede per ogni tomba visitata), ma preferisce riportare uno straordinario passo di Elias Canetti tratto da Party sotto le bombe [3], dove Hölderlin è la lettura di Hölderlin.


Leggiamola quella prima poesia di Addio sapendo, ce lo dice Nooteboom stesso nella sua nota a fine libro, che questa poesia l’ha scritta prima che Empedocle entrasse – in forma di personalissima associazione, come vedremo più avanti – nella trama di questo libro, imponendogli di cambiare sguardo. Quindi, quel giardino d’inverno che apre la poesia, ‘potrebbe’ non aver nulla a che fare con Hölderlin, eppure diventa tema che ricorre in altre poesie (I-6, I-10, II-1).

Anche se acquista il suo senso soltanto mentre procede la nostra lettura del libro, leggiamola tutta questa poesia (I-1) proprio perché non ‘dovrebbe’ c’entrare niente con il resto del libro, come non c’entrano niente le due che la seguono. Ma dire che non c’entrano sarebbe non aver capito come le poesie ‘accadono’ nella vita di un poeta.


     Questo si chiedeva l’uomo nel giardino d’inverno,

     la fine della fine, cosa poteva essere?

     Non gli sembrava affatto una forma di sofferenza,

     guardò fuori, vide una nuvola dall’aspetto


     di nuvola, grigio piombo, troppo pesante

     per qualsiasi bilancia, il fico ormai spoglio

     contro i sassi millenari del muro,

     le oche del vicino, la loro censura,


     come si doveva correggere la notte,

     la grammatica dell’espropriazione, nessuno

     sarà più se stesso, nessuna apparizione,

     la ritirata dopo la sconfitta


     ma senza una meta.


Poesia scritta prima non solo che Empedocle s’intrufolasse cambiandogli la prospettiva, ma anche che il virus accadesse nel mondo reclamando nel libro, se non il titolo, almeno il sottotitolo: Poesia al tempo del virus, poiché «sarebbe strano se la poesia non se ne curasse [...], e sembra che la realtà stessa voglia collaborare a scrivere la poesia, tu ti ritrai in un ambiente di silenzio e paesaggi nordici, la poesia ti prende di nuovo per mano e ti riporta ai mesi passati, al primo verso scritto in un altro luogo, in un giardino d’inverno, la fine della fine, cosa poteva essere?», chiosa nella sua nota finale. Sembra la conferma di ciò che dichiarò Iosif Brodskij in un’intervista: «Mi affido alla ragione solo nella misura in cui conduce all’irrazionale, perché è a questo che serve, a portarti il più vicino possibile all’irrazionale. Poi lì ti abbandona. Per un po’ sei preso dal panico. Ma è lì che dimorano le rivelazioni» [4].


Ed Empedocle? Succede che «qualcuno tutt’a un tratto si interpone e ti mette tra le mani una cartella con dei disegni che, in maniera strana e forse solo per te, richiamano un testo presocratico, di Empedocle, che avevi annotato prima ancora di iniziare la raccolta [dunque Empedocle è lettura tra le mani di Nooteboom], ma che ora per via della pandemia ti è diventato inaccessibile, e siccome la poesia agisce a volte in modo arbitrario, le teste rappresentate in quei disegni si legano misteriosamente ai versi di Empedocle nella quarta poesia della prima serie, interrompono la meditazione nella poesia n. 11 della stessa serie, spingono la composizione in una direzione diversa».


La quarta poesia della prima serie parla di «tante guance cresciute / senza collo, braccia nude, private // delle spalle, vagano qua e là, occhi / solitari privi di fronte errano intorno, membra / staccate, forme spettrali» (I-IV).

I versi di Empedocle cui fa riferimento sono contenuti nel frammento 57DK e dicono:


     Ecco che molte teste sono germinate senza collo,

     e si formavano braccia nude, sprovviste di spalle,

     e gli occhi singoli vagavano deserti della fronte [5].


Ma, nonostante l’immagine evocata dal frammento appaia devastante, quasi apocalittica, per gli esperti – basandosi su una testimonianza di Aetio – pare tratti della prima delle quattro fasi della formazione degli esseri viventi [6].


Però i versi di Empedocle riletti da Nooteboom non lasciano intendere nessuna zoogenia, anzi, ciò che emerge proseguendone la lettura come fosse un poema (e in fondo lo è) è la sensazione di percorrere una sorta di discesa nell’Ade, «scritto da dentro la nebbia» dice Andrea Bajani nella sua lucidissima postfazione, dove peraltro osserva: «A dispetto del titolo, questo libro non è un congedo. […] L’addio è semplicemente il muro ultimo, dopo il quale si estende, o si annida l’inesprimibile». Se è così, allora forse la discesa di Nooteboom si ferma sulla soglia, e il poeta scruta dall’orlo quel grande mistero che è la morte, che a sua volta racchiude il segreto della vita.

In un certo senso Addio potrebbe essere inteso come la continuazione della raccolta precedente, L’occhio del monaco (trad. it. di Fulvio Ferrari, Einaudi, Torino 2019), del quale peraltro ripete lo stesso schema compositivo, con una differenza: che in L’occhio del monaco la dimensione è quella del sogno e dunque relativa a ciò che proviene dall’inconscio, mentre in Addio è quella della veglia, della ricerca finanche dentro al ricordo. Per quanto proprio nel ricordo l’inconscio non sospenda la sua attività, e vi accede come accede nel sogno.


Nell’undicesima poesia della prima serie, ci dice Nooteboom, si interrompe la meditazione, e la scrittura prende un’altra direzione (I-11):


     Teste io ho visto, innumerevoli teste,

     generali, amanti, viaggiatori

     tra le stelle. Ogni testa la sua

     storia, nascosta nelle pieghe


     del cervello, lungo sottili fiumi

     di sangue, canneti sulle rive, paesaggi

     segreti cui nessuno può accedere,

     tranne un airone solitario,


     che tutto può udire, pensieri

     nascosti, desideri. L’airone solitario

     ero io, e solo accanto all’acqua

     annotavo quel che vedevo, che sentivo


     testa dopo testa.


L’airone è Nooteboom stesso, il poeta, «l’uomo nel / giardino d’inverno, l’airone, il viaggiatore, l’uomo / in cerca dell’artefice», scrive in un’altra poesia dove il verso quasi si spezza nella constatazione di un pensiero che lo attraversa, lo sconcerta al punto da fargli dire «Questo lo si deve sopportare, fa parte / del compito. Osserva le teste // appartengono alla sua esistenza, la conosce / dai secoli passati, la loro ferocia, / la loro follia» (II-1).

Poi c’è quel verso – «accanto all’acqua / annotavo quel che vedevo» – che sembra dare all’acqua un significato speciale, ritrovato in altre parti del libro: «circondato da poesie // mai lontano dal mare» (I-5); «Non andartene. Soffermati su questa dolce / visione di una sera d’estate, pace, / conversazione sul bordo dell’acqua, sussurri, / mormorii in cui la sventura // svanisce» (II-11), e infine l’airone e l’acqua insieme (III-7):


     Ora scompare anche l’uccello con lenti

     battiti d’ali, li sento, un andante

     senza fine. Vola sopra quel che

     ancora è visibile della strada,


     una traccia ormai di ghiaia, di sabbia e

     conchiglie in frantumi. Un ultimo

     ricordo del mare e dell’

     acqua, mia casa di un tempo.


     La mia specie è nata dall’acqua,

     esseri acquatici, questo eravamo,

     semente di stelle sparse per divenire la forma in cui ci


     conosciamo.


Certamente non è un libro consolatorio. Qui la poesia «è una poesia del male / che doveva esser visto / perché è tra le cose // che dobbiamo sopportare» (II-8). Il viaggatore, il solitario, l’uomo per il quale «Il silenzio è come un inno […] un canto // il cui suono è sigillato, / le città, i deserti della mia / vita si consumano in questa musica / senza note» (III-6) medita sulla morte e sul dolore di chi resta chiedendosi «Cosa volevi / conservare? Il suono di una voce, / il ricordo di una spalla, di una / mano, il colore dei suoi occhi, l’odore / di un corpo, per sempre svanito?» (III-4). Ogni perdita, in fondo, è un perdersi (III-10):


     Là qualcuno si alza, un’

     ultima figura che si allontana

     la seguo con lo sguardo, l’unica

     della mia esistenza.


     Sento il mio desiderio

     abbandonarmi, non doveva

     ed è già avvenuto, as

     sente è colei senza la quale


     nulla era possibile. Con lei

     spariscono le parole

     di quel che ero io

     l’ultimo tratto


     della strada.


Non disperazione, ma cruda constatazione e riflessione sulla propria vita: «Tante strade / ho percorso, sempre in cerca di qualcosa / che doveva trovarsi più lontano, che quando / infine scorgevo svaniva come un miraggio // o appariva come poesia» (III-9).

Con questo libro anche Nooteboom è la lettura di Nooteboom.



*

[1] Giuseppe Bevilacqua, Introduzione a Friedrich Hölderlin, La morte di Empedocle, trad. it. Ervino Pocar, Garzanti, Milano 1998, p. XI.

[2] Cees Nooteboom, Tumbas. Tombe di poeti e pensatori, trad. it. di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano 2015, pp. 167-168.

[3] Elias Canetti, Party sotto le bombe – Gli anni inglesi, trad.it. di Ada Vigliani, Adelphi, Milano 2005, pp. 67-68.

[4] Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Chinthia L. Haven, Adelphi, Milano 2015, p. 145.

[5] Empedocle, Poema fisico e lustrale, a cura di Carlo Gavallotti, fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 2013, p. 25.

[6] Cfr. Federica Monterecchi, Empedocle d’Agrigento, Liguori, Napoli 2010, p. 84.


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Immagine di copertina: Hieronymus Bosch, Trittico del Giardino delle delizie, 1480-90


27/07/2021