Terza voce

NON C’È PIÙ TEMPO

di Antonio Fiori

     Tempo presente e tempo passato

     sono forse presenti nel tempo futuro,

     il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.


     (T.S. Eliot, Burnt Norton, 1935)


Non si può parlare del rapporto tra tempo e poesia senza un ritorno alla fondamentale lezione di Eliot, che dopo aver teorizzato nel 1919 il meccanismo del correlativo oggettivo – dove «una serie di oggetti, una situazione, una successione di eventi» sarebbero «il solo modo di esprimere emozioni in forma d’arte» – è costretto a ripensare la sua tesi ‘in funzione del tempo’, con particolare riferimento alla poesia. Nel 1936 – nei versi di Burnt Norton – sosterrà la necessità della compresenza di passato, presente e futuro entro cui far scattare il meccanismo del correlativo oggettivo. Burnt Norton è così diventato famoso ed argomento di numerosissimi studi critici. Se ne è occupato recentemente Adriano Fabris (La questione del tempo in Burnt Norton, in «Bollettino filosofico», XXXII, 2017), che focalizza la sua attenzione su questa nuova dimensione temporale, filosofica certo ma anche esperienziale, che il poeta deve saper costruire: «In che modo tutto ciò può accadere? È la poesia che lo fa avverare. Perché vi sia poesia, infatti, è necessario che passato e futuro siano legati fra loro, siano l’espressione di un legame dinamico in cui tutto diventa compossibile».


Eliot pare sfruttare la cognizione diffusa del non sentirsi in sincronia per affinare le nostre capacità percettive e creative, specialmente nel produrre o fruire l’opera poetica. Proprio vivendo a pieno le nostre discronie e asincronie, possiamo avvertire interiormente una durata particolarissima in cui, alla fine, è il presente che sfuma e scompare, poiché più ingovernabile del passato e del futuro (dove invece la mente seleziona e trasfigura, dai quali si possono evocare o attendere le più alte emozioni). Bisogna aggiungere che in Burnt Norton Eliot sviluppa un discorso ulteriore, legato in gran parte alla sua conversione religiosa, nella quale entra in gioco anche la vita di relazione, l’essere-per-l’Altro, che vivifica eticamente l’esperienza temporale e suscita nuovi sentimenti.


Mentre Eliot elaborava le sue teorie, il tempo socialmente percepito stava rapidamente cambiando in virtù del progresso tecnico-scientifico e commerciale (uno degli eventi più rilevanti a questo proposito è stato il grande sviluppo delle comunicazioni, soprattutto la crescente velocità umana di spostamento, la possibilità di visitare o rivedere più volte luoghi e persone distanti). La svolta cruciale è data però dalle scoperte di Einstein e della fisica quantistica, che pongono in dubbio quella che era ritenuta la stabile struttura temporale dell’universo. Se infatti il tempo muta col mutare della velocità di spostamento e del punto occupato nello spazio, ci si potrà muovere anche tra passato e futuro (come insegna il noto esempio dei due gemelli: quello che ha lasciato la terra per un viaggio a velocità prossima alla luce al ritorno trova il suo gemello molto più vecchio di lui; o come insegna l’astrofisica, che ci consente, in base alla potenza crescente dei telescopi, di vedere l’universo non mai com’è durante l’osservazione ma sempre com’era in passato, ovvero nell’era in cui, di volta in volta, il telescopio consente di arrivare).


Sotto l’aspetto scientifico si sarebbe tentati di dire d’essere ritornati alla circolarità del tempo del mondo antico, nel quale il passato si ripeteva e il futuro poteva essere predetto. Sul versante artistico era già nata la letteratura di fantascienza – con Il giro del mondo in 80 giorni (1873) di Julius Verne e La macchina del tempo (1895) di G.H. Wells.


Importante, nella nostra analisi, è l’interpretazione radicale dei futuristi: «Il Tempo e lo Spazio morirono ieri» (Manifesto del futurismo, 1909) mentre la vita andava vissuta d’ora in poi «sulla corda tesa della velocità». Dietro la fede assoluta nel progresso e nella velocità, i futuristi ambivano in realtà ad esorcizzare il dominio del tempo, ad un «uomo meccanico» libero «dall’idea della morte» (Manifesto tecnico della letteratura futurista, 1912). Saranno poi l’avvento della psicoanalisi, la tragedia delle guerre mondiali e le nuove frontiere della letteratura – con Joyce, Svevo, Woolf, Kafka e Pirandello – a togliere ogni velleità alla visione futurista.


Il tempo interiore, l’incessante flusso della coscienza, l’assoluta imprevedibilità di ogni singola vita non si sviluppano dentro il tempo della scienza; possiamo invece dire, con Eliot, che anche l’arte crea il suo tempo, un tempo ‘altro’, non solo per il suo fruitore ma anche dal punto di vista oggettivo. Ad ogni rilettura dell’opera è infatti possibile la ripetizione del miracolo percettivo che abbiamo provato a descrivere in apertura, il ripetersi dell’emozione.


Esaurita la concezione lineare figlia dell’idealismo e del positivismo, la temporalità ormai muta a seconda del contesto: c’è quella della scienza, quella ingannevole della memoria, quella biologica dell’organismo, quella onirica, quella dell’immaginazione, c’è il tempo sociale e il tempo per sé, il tempo liberato della lettura e quello, sofferto e magico, della scrittura.

Esiste forse una sola ipotesi in cui tutti questi particolari si fonderebbero dimostrando altresì l’inafferrabilità della vita che scorre: è il caso di chi ogni giorno, arrivata una cert’ora, legge e rilegge fino alla morte sempre lo stesso libro, senza mai accorgersi che esso non raccontava altro che la sua vita.


     Chi non ha provato la durata

     non ha vissuto.

     La durata non stravolge

     mi rimette al posto giusto.

     Senza esitazione rifuggo la luce abbagliante dell’accadere quotidiano

     e mi riparo nell’incerto rifugio della durata.


     (Peter Handke, Canto alla durata, 1986)



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Immagine di copertina: Memento mori, mosaico policromo da Pompei, I secolo, Museo Archeologico Nazionale di Napoli


10/05/2022