Terza voce

L’INFINITO VIAGGIARE:
TRA EPICA, NARRATIVA E POESIA

di Antonio Fiori

Agli albori della sua storia la poesia è canto e narrazione e l’epica ne è stato il frutto maturo.

Ma abbiamo oggi tracce di sopravvivenza dell’epica? Quel genere primordiale ha fatto il suo corso o è stato ripreso e rivisitato? E le forme del racconto interessano ancora i poeti?


Ebbene, l’epica è sempre viva e continua a sorprenderci. Basti pensare al poeta greco Nikos Kazantzakis (1883-1957) di cui Nicola Crocetti ha appena tradotto l’immane Odissea, nella quale Ulisse riprende il suo viaggio, lasciando di nuovo Itaca; oppure ricordare il premio Nobel Derek Walcott (1930-2017), che in Omeros ha saputo creare un’epica del villaggio, facendo rinascere Dante e Omero nei Caraibi, più precisamente nell’isola di Santa Lucia: «mentre il sole sorge dall’altra direzione / con le sue ombre inquiete, ma il viaggio giusto / è senza moto; come il mare si muove intorno a un’isola // che sembra in movimento, l’amore si muove intorno al cuore: / recinge con il suo sale, e la mano che lenta viaggia / sa che ritorna al porto da cui deve partire».


Sulla nuova Odissea di Kazantzakis ha recentemente scritto Gilda Tentorio (cfr. Poesia, nuova serie, n.4), sottolineando come il lavoro del poeta sia durato tredici anni, dal 1925 al 1938, anno della sua edizione definitiva. In questo lungo periodo il poema è stato riscritto ben sette volte, chiudendosi finalmente con i 33.333 versi dell’ultima versione.

È lo stesso Kazantzakis, cretese, a lasciare un indizio misterioso per indagare quest’opera: «La chiave per entrare nella mia Odissea è Creta» (forse alludendo alla millenaria fama di narratori dei suoi abitanti). In realtà il suo Ulisse non ha più nulla dell’eroe omerico; è figlio invece della filosofia a venire ed il poeta lo conduce a morire tra i ghiacci, dopo una serie interminabile di avventure, ormai pacificato e libero da ogni sudditanza.

Nel XVI canto, in particolare, c’è un Elogio dell’infedeltà che spiega le ragioni profonde della ripartenza da Itaca, con sorprendente eco esistenzialista: «La patria mi stava stretta, sentivo oltre le sue rive / altre patrie dagli occhi ridenti, altre anime carnose, / tristezze e gioie di ogni sorta, fratelli e sorelle, / che seduti sulle rive aspettavano il mio ritorno! / Che tu sia benedetta, vita, per non essere rimasta / fedele a un solo matrimonio, come una donnicciola; / … / Anima, la tua patria è sempre stata in viaggio! / La virtù più fertile al mondo, la santa infedeltà, / segui fedele tra risa e pianti, e più in alto sali!».


La vocazione narrativa della poesia è certamente insopprimibile e non sempre costringe a scelte antiliriche. In Italia abbiamo il racconto spontaneo della poesia romagnola, con insuperabili ritratti di gente comune (Tonino Guerra e Raffaello Baldini primeggiano tra i tanti bravi), la tradizione autobiografica di molta poesia novecentesca (basti citare La capanna indiana di Bertolucci), la poesia di viaggio e l’epica del quotidiano, fatta di microstorie (segnalo, per l’attualità, Umberto Fiori), ed infine l’epica della poesia civile, che ara con ostinazione i campi della memoria e ci propone spesso i suoi eroi dimenticati (Pasolini, Roversi, Scotellaro e, tra i viventi, Gianni D’Elia e Fabio Franzin, dialettale trevigiano, ormai nome imprescindibile nella nostra poesia civile).


Per quanto concerne la poesia narrativa italiana, va sicuramente ricordata Daniela Raimondi (1956). Originaria di Mantova, una vita quasi interamente inglese intervallata da molti viaggi internazionali, lo scorso anno è stata un caso letterario col romanzo storico La casa sull’argine (Nord, 2020), suo esordio in prosa dopo vent’anni di scrittura poetica.

La sua è una poesia prosastica, a volte diaristica, sempre intensamente evocativa. Ha pubblicato finora undici libri di versi (l’ultimo è I fuochi di Manikárnica, puntoacapo, 2020: «La pace che precede la morte / è sempre un mistero divino / L’Africa è il costato di Cristo / la sua piaga che sanguina»), alcuni dei quali autobiografici (come il bellissimo La stanza in cima alle scale, Aragno, 2018: «Scriviamo per l’attesa, / quando un’orbita di luna ha sbagliato percorso, / per la corona di spine che ci sanguina la fronte / e ci fiorisce le mani nella luce di un verso»).

Come prima accennavo, dopo tanti anni di produzione poetica è nato un romanzo, peraltro lungamente gestato: è la prova tangibile del fondamentale rapporto che lega prosa e poesia, del loro reciproco nutrirsi, del loro contaminarsi senza tradirsi, proprio come accade nelle grandi amicizie.


Merita un approfondimento anche la silloge, molto originale, Suite Etnapolis (Interlinea, 2019) di Antonio Lanza (1981). È un anacronistico poema epico, ambientato in un centro commerciale – Etnapolis appunto – dove il poeta, quasi sbobinasse audio e video là registrati, ci mette a parte della vita e dei discorsi dei personaggi che lo abitano: «Balena spiaggiata, Etnapolis, / colonia penale, Etnapolis, / pista di decollo, navicella spaziale, Ecclesia – / piàcciati entrare intera nel mio canto, / le luci come l’immondo».

Frasi senza senso, oppure improvvisamente tragiche, sono intercettate per caso; commesse e clienti sono accompagnati dalle voci fintamente gentili degli altoparlanti; i manichini sembrano, secondo il momento, cadaveri o modelle.

Questo per dire che l’epica, oggi, può avere per scenario anche i luoghi più banali della contemporaneità e per protagonisti i suoi abitanti più precari, lavoratori incapaci di prendere coscienza e consumatori ancor più inconsapevoli.

Il linguaggio, in realtà, non ha nulla di epico ma è un pastiche intermittente che restituisce voci e suoni, frammenti di dialoghi e monotonie di paesaggi e parcheggi. È, nel lavoro di Lanza, l’epica minore del rito mercantile: piccole vite fatte di miserie e gelosie, illusioni di fuga o d’essere già alla meta, giungendo ogni giorno sani e salvi a Etnapolis.

Anche in direzioni come questa si muove dunque la poesia attuale, alla ricerca di un epos, di un riscatto civile ancora da compiersi.


Come si sarà notato, in tutti gli esempi proposti il viaggio fa da filo conduttore (anche quando è senza moto, come dice Walcott, o nella Suite di Lanza, dov’è trasfigurato, verso e dentro l’isola commerciale di Etnapolis).

La cosa non ci meraviglia: il viaggio, infatti, lo sappiamo, è fonte letteraria inesauribile perché è metafora della vita umana.


Si parlò, negli anni Ottanta del Novecento, di ‘morte del romanzo’, in quanto forma obsoleta, inadatta a raccontare la contemporaneità (Eco, Calvino). Ma il romanzo superò ogni malattia e sopravvisse; la narrativa inoltre – come fece notare a suo tempo Massimo Onofri – trasmigrò, sotto mentite spoglie, nella produzione poetica.

Credo che gli esempi e le riflessioni che qui ho proposto confermino quest’analisi e le sue feconde prospettive.



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Immagine di copertina: John William Waterhouse, Ulisse e le sirene, 1891


28/09/2021