Recensioni

UMBERTO PIERSANTI,
“CAMPI D’OSTINATO AMORE”
(LA NAVE DI TESEO, 2021)

di Federico Migliorati

L’alto verso di Umberto Piersanti s’immilla radioso nell’ampia, ultima raccolta che la casa editrice La nave di Teseo ha licenziato da poco in libreria sotto il titolo Campi d’ostinato amore, ennesimo prestigioso sigillo di una produzione letteraria che conferma l’urbinate come uno degli ultimi e più acuti poeti italiani.

Credo sia opportuno partire dalle prime strofe per cogliere più profondamente il senso di un dire che non è mai un ripiegarsi sterile o narcisistico su sé stesso (malattia endemica di molti intellettuali della modernità) bensì un percussivo cogliere verità e realtà, tra ricordo e presenza, nel solco di una Storia segnante.

Piersanti affonda il pensiero nel suo lontano passato e riemerge offrendoci la dolorosa esperienza della guerra, lui ch’è figlio di un periodo drammatico. Ecco dunque l’ostinato amore, l’incomprimibile essenza di un sentimento vivido e costante che supera la tregenda di allora e di oggi, con quegli ultimi versi che popolano la vicenda di un virus che ha sfiancato l’intera umanità.

Il tempo che scorre, il riflesso del passato quale «terra remota» che assorbe parte del presente, la soglia del ricordo varcata nel rievocare gli amati genitori ormai immersi «oltre la nebbia sconfinata», l’infanzia («stagione più tenace») e la giovinezza («l’età breve», «tempo in cui ci credemmo immortali»), il sangue versato dai combattenti sul ciglio di rivolgimenti disastrosi contrassegnano la prima delle sei parti in cui si snoda la raccolta con versi che enunciano il paradigma di un’intera esistenza («ogni secondo va vissuto intero»), talvolta stoicamente condotta ad onta del pericolo e della sofferenza.

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Jacopo, il figlio adorato che cammina nel suo mondo particolare, abita la breve seppur intensa seconda sezione dell’opera nella quale è contenuta anche la poesia eponima del volume: a lui il poeta si rivolge in una sorta di monologo intriso di dignità e di dolcezza a fronte di «un male che il tuo viso perfetto appena, appena piega ma non incrina».

Nella poesia di Piersanti vi sono degli echi costanti: sono i luoghi ancestrali della sua nascita (le Cesane, Camorciano, il Fontanino, Petralata), nell’Urbino dalla rude e inestinguibile bellezza, sono altresì le verità senza epoca dei vecchi, riscoperti nel flusso della coscienza di una «memoria che pervade la mia giornata» a rinsaldare il legame con il passato così come le leggende che si tramandano di generazione in generazione, sono infine i giochi e le fughe d’infanzia che innestano dolciore nel quotidiano ansimante incedere.

Il marcato colorismo e la persistenza di piccoli idilli naturali gemmano scrittura di raro candore con un flash-back reiterato sul cammino ormai alle spalle. L’irrompere e il deflagrare del Sars-Cov-2 penetra, erutta con tutta la sua furia cieca a ingiallire la quotidianità violata e nostalgicamente assente, in questa «primavera bugiarda e triste» che raggela lo sguardo, il sangue e il cuore sensibile e che accoglie il male di vivere di montaliana memoria.

Attendiamo, inermi, la conclusione del «sortilegio» che ci è stato inflitto, «la lunga attesa del risveglio» oltre le sterili ore della distanza e della solitudine, deprivati della libertà. Da rimarcare il ricorso, il rimando, l’accenno a opere e versi di autori quali Baudelaire, Pasternak, Brecht, Carducci, variamente rimodulati per renderli aderenti a una produzione, caleidoscopio di sfumature, sovente aggettante su una prosa asciutta narrante una storia di vita costellata di «vicende così perse e remote» eppur ancora «così presenti».



FUGA D’INFANZIA


Ma avevi tre

o cinque anni,

per quale strada

o sentiero

t’eri incamminato

e dov’erano la madre

e le sorelle

che per un solo istante

non t’erano accanto?


No, gli zingari

non t’avevano rapito,

quelli nei carri

sotto la pineta,

là subito

t’avevano cercato


tu cammini dritto

tra i camion dei polacchi

nel grande spiazzo,

e un soldato biondo

magari t’ha offerto

la cioccolata

in quella carta brillante

e argentata


è un giorno di settembre

tutto chiaro,

un giorno che respiri

l’aria buona,

sotto la balaustra

c’è un sentiero

di terra tutta rossa

tra le acacie,

non sai dove conduce,

forse è infinito


lontano, un giallo immenso

forte avvampa,

sono le margherite di settembre

così alte e slanciate

quasi alle nubi


a quel giallo

tu vuoi arrivare,

buttarci testa

e gambe

e braccia,

stenderti tra gli alti

steli, mai più

tornare


ma la sorella castana

t’ha raggiunto,

ti prende nelle braccia

senza parlare

t’accarezza i capelli,

e verso casa

lenta s’incammina



PRIMAVERA TRISTE


Più d’ogni altra primavera triste,

il male di vivere non lo incontri

solo in quel che cede

e si dissolve

ma nel fiore che s’alza dalla terra

nell’albero che s’apre

a nuove foglie


solo una beffa

questo cielo azzurro

il vento lieve

il sole che tiepido riscalda,

primavera brilla

a noi d’intorno,

ma i campi sono deserti

le piazze vuote,

primavera brilla

a noi d’intorno

e t’entra dentro il sangue

e lo raggela



*

Fotografia © Fran May


18/05/2021