Cavolacci riscaldati

PERCHÉ TANTA BRUTTA POESIA?

di Leonardo Tonini

Mi chiedo: perché tanta brutta poesia? Ci perdo il sonno su questa cosa. Mi è capitato di scrivere, a proposito di Franco Battiato, che l’artista può anche essere un asino e che non gli viene chiesta un’ampia e profonda conoscenza di ambiti che esulino dal suo campo artistico. Insomma, dicevo, che Mozart sapesse di musica mi pare evidente, ma non gli si va a chiedere un trattato sulla prima decade di Tito Livio. Quello noi lo chiediamo al Machiavelli, con buona pace se poi non sa di musica come l’austriaco. Epperò oggi ‘la massa dei poeti’ non è competente nemmeno nella sua materia; non sa la poesia, non sa a dire il vero nemmeno l’italiano. È probabile che Mozart sapesse cosa fosse un accordo di quinta, o un’armonica, e senza essere Mozart (sostenuto da un talento impareggiabile) il più umile musicista uscito da un conservatorio la grammatica della musica la conosce abbastanza bene. Perché nella poesia questo non succede?


     Ne la stagion che ’l ciel rapido inchina...


Pochi oggi sanno riconoscere le particolarità di un simile verso del Petrarca. Uno potrebbe dire: «Questo non ci impedisce di goderne!». Il che è verissimo: non bisogna essere musicisti per apprezzare Mozart, ma io parlo di produzione. Se non abbiamo mai messo mano al pianoforte è davvero complicato comporre musica decente. Non dico Il flauto magico, dico roba appena decente.


Eugenio Montale scrisse che la poesia è l’arte alla portata di tutti. È stato – qui come in altre occasioni – profetico, anche se c’è da dire che forse lui non intendeva porre la questione in senso così deteriore. Intendeva, credo, che chiunque con un po’ di buona volontà può imparare il ‘sudoku della poesia’: la grammatica, il ritmo, qualche stratagemma fonosintattico, il concetto di metafora. Ciò non fa del volenteroso principiante un esperto e nemmeno un poeta, ma lo aiuterebbe ad avere quella attenzione al linguaggio che è, infine, il vero senso della poesia, così come di tutta l’arte.

Ma già qui, ponendo l’accento sul linguaggio, qualcuno potrebbe storcere il naso. Oggi nella poesia uno cerca un senso alto e inesprimibile, una tendenza al trascendentale: che me ne faccio della tecnica? Di un sonetto tutto infiocchettato che non mi dice nulla, che me ne faccio? Già, ricerca di senso. Oggi questo si domanda alla poesia. Ed è qui la risposta al perché si scriva tanta pessima poesia.


Parrà strano, ma questo modo di pensare deriva dal cristianesimo.

Il cristianesimo, che plasma le menti di ogni occidentale, anche di chi si definisce ateo o agnostico, ha imposto nel corso di due millenni la cura dell’anima in vista della salvezza eterna. Anche se ora molti di noi sentono come lontana questa spinta interiore a salvarsi nel post mortem, lo schema mentale di ogni occidentale deriva da ciò.

Provo a spiegare. L’anima è una faccenda individuale, e infatti noi siamo individualisti. Ognuno si salva da sé, ognuno si smazza i suoi peccati da solo, alla fine. «Porro unum est necessarium: serbare animam», dice Gesù a Marta nel Vangelo di Luca. Una sola cosa è davvero necessaria: non ci si salva collettivamente.

La civiltà occidentale è fortemente individualista proprio perché il cristianesimo ha messo l’individuo più avanti rispetto alla società, prima della società. E ciò ha portato a pensare lo Stato non come un dispositivo atto a fare il bene, ma costruito con lo scopo di evitare il male. Da qui l’ossessione per la punizione e per il controllo che vediamo ovunque dilagare.

Nel De civitate Dei, Sant’Agostino lo dice chiaramente: non è la comunità il soggetto della storia, ma è l’individuo. La storia è delegata a Dio, non la fanno gli uomini.


Questo modo di pensare è stato positivo (produttivo) per tutto il Medioevo e per buona parte dell’età moderna. Nella poesia, per esempio, come in altri campi, l’individuo cercava di elevarsi a qualcosa di più grande di lui, cercava di meritarsi il paradiso. Arrivava a mettere da parte il proprio desiderio mondano al fine di ottenere qualcosa nel dopo.


Oggi, però, qualcosa è cambiato. Prima c’è stata la Riforma luterana che ha instillato nel cuore l’idea che, se Dio ha dei piani per te (quali che siano), te lo dimostra già in questa vita proprio con il successo mondano. La ricchezza, la fama, sono il segno tangibile che Dio è con noi.

Osho, il maestro spirituale new age pubblicato da Feltrinelli (casa editrice fondata da un tale che saltò in aria nel tentativo di mettere una bomba a un traliccio e che probabilmente era più in sintonia con Fidel Castro che con il famoso imbroglione indiano), era arrivato a possedere 97 limousine durante il suo soggiorno negli States ed era circondato da una folla di pezzenti a piedi nudi. Lui non scendeva dalla macchina; si limitava a salutare dal finestrino con la mano inanellata. Dio era con lui.


Successivamente a Lutero, qualcuno ha cominciato a sospettare che Dio fosse morto e che l’afflato di religione che sentiamo altro non sia che l’odore del cadavere in putrefazione di Dio.

«Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto!».

Qui è Nietzsche, io riporto soltanto. Questo fatto non l’ha inventato il filosofo di Lützen; egli ha soltanto messo per iscritto una cosa che ormai ai suoi tempi era assodata: il concetto di Dio era passato da positivo a negativo. Da spinta verso il meglio, cioè da atto eversivo, a supremo guardiano dello status quo.


Così l’individuo ha perso il suo spazio di espressione, la sua potenza. Se prima uno impazziva e rischiava il tutto per tutto in una impresa che aveva ottime probabilità di finire nel più completo fallimento, poteva sempre dire a sé stesso di averlo fatto per una ricompensa nell’Aldilà. Io, Francesco, rinuncio ai soldi del babbo, mi spoglio nudo, mi rotolo nello sterco dei maiali perché sento questo richiamo di Dio, questa voce che è il richiamo alla libertà. Una libertà garantita, se non oggi, domani.

Il poeta, che già di suo è individualista, che di natura prende la sua giustificazione da sé medesimo, si trova nella penosa condizione di voler fuggire da una società che sente per lo più come avvilente. Una società che non gli dà lo spazio che sente di meritare.

Il poeta contemporaneo sente di meritare uno spazio che oggi è uno spazio di visibilità poiché non spera più di poter cambiare il mondo, al massimo può ottenere visibilità per sé stesso. E allo stesso tempo non ha nessun talento perché non saprebbe che farsene.


Il sentimento di credere di meritarsi uno spazio gli viene dall’individualismo, essendo ormai, più che un individualista, un narcisista, cioè uno che non trova nemmeno la strada per non essere autoriferito. Un mondo di individualisti è un mondo che non riesce più a comunicare, dove ognuno ha una propria lingua che nessun altro comprende. Pasolini era emblematico in questo:


     La morte non è

     nel non poter comunicare

     ma nel non poter più essere compresi


si legge in quel testo fondamentale che ha già nel titolo la definizione dell’individuo contemporaneo: Una disperata vitalità. Disperata perché senza scopo. Senza scopo perché vede davanti a sé l’impossibilità di un cambiamento nella società. Solo se noi intravvediamo una possibilità di cambiamento scendiamo in strada, solo così la nostra poesia può avere un significato. Com’era successo, forse per l’ultima volta in Occidente, durante il maggio francese (il ’68). Poi la spinta eversiva si è fatta più cupa negli anni ’70 e oggi è scomparsa.


La mancanza di talento, o meglio, l’inutilità del talento è conseguenza di ciò: se il talento non serve perché non c’è più un Aldilà, cosa me ne faccio? Il peggior testo vale quanto Ungaretti, e se vado dalla D’Urso, finisce che vendo più io di Ungaretti.

Dice a questo proposito ancora Pasolini:


     «Versi, versi, scrivo! versi!

     (maledetta cretina, 

     versi che lei non capisce priva com’è 

     di cognizioni metriche! Versi!)

     versi non Più in tErZinE!


                 Capisce?

     Questo è quello che importa: non più in terzine!

     Sono tornato tout court al magma!

     Il Neo-capitalismo ha vinto, sono

     sul marciapiede

                 come poeta, ah [singhiozzo]

                 e come cittadino [altro singhiozzo].»


Ora – e ho finito – due strade hanno davanti a sé i poeti: studiare e diventare bravi come atto di rivolta (anche fine a sé stesso), oppure cercare il like su Instagram e Facebook, ‘farsi i pompini a vicenda’ (cit.) con altri poeti di pari infimo livello e sperare in una mail da Mediaset. Sperare, sempre sperare. Ma è invece di perdere la speranza ciò che dobbiamo augurarci, essere apocalittici, fare che tutto sia finito: ricominciare.



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Immagine di copertina: Jean-Michel Basquiat, Profit I, 1982


10/06/2021