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Le Mot

ESERCIZI DI “CALMEZZA”. 

TUTTI I SUONI DI SIMONE DI BIASIO

di Giovanni Laera

«Panasonica è una lingua nuova, impastata tra il dialetto, l’italiano pratico e un inglese sonoro, partorita tra tre generazioni». È con queste parole che Simone Di Biasio spiega il titolo del suo ultimo libro, uscito a gennaio 2020 per Il Ponte del Sale. Partendo dal nome di una nota azienda di materiali elettronici, il poeta ha voluto scoprire subito le sue carte, accompagnandoci sulla soglia di una poesia che si arricchisce e ci arricchisce attraverso la lingua, con una serie fortunata di calembours, di giochi di parole mai gratuiti ma funzionali allo svolgimento del libro. Panasonica, dunque: dal greco pan (‘tutto’) e dal latino sŏnum (‘suono’), a indicare una lingua che contiene tutti i suoni – e i sogni – del mondo; per usare le parole del poeta, «un delta dove mare e fiume / sono ancora acqua della stessa specie». Nell’italiano «mediamente letterario» (Umberto Fiori) di questi versi si segnalano infatti voci e locuzioni provenienti dal dialetto di Fondi, paese natale di Di Biasio, che danno vita a un plurilinguismo lineare, privo di torsioni espressionistiche e allo stesso tempo sapido, ricco di risonanze emotive. La scelta di declinare in questo modo il linguaggio, squadernandone le diverse potenzialità a livello espressivo, è funzionale al disegno del libro: come spiega ancora l’autore nella postfazione, «Panasonica siamo pure noi, le nostre case, all’interno di una trasformazione evolutiva repentina come mai era accaduto prima di questi ultimi trent’anni. Questo libro è un albergo a induzione familiare». Ora, proprio il calembour «induzione familiare» può aiutarci a capire come solo la lingua può rappresentare (riportare al presente) quella che Di Biasio chiama quasi pasolinianamente una «trasformazione evolutiva», collocandola entro gli orizzonti di un ambiente familiare esposto, come ogni cosa, al cambiamento. Pure, sempre grazie alla lingua, qualcosa resta.

   

La calmezza, ad esempio. Una voce popolare, nata per analogia alle voci astratte in -ezza, che troviamo nella lingua dei contadini intervistati da Rocco Scotellaro all’inizio degli anni ‘50. Ma qui la calmezza si fa rievocazione e insieme riparo dalla velocità del mondo contemporaneo, riportandoci a un tempo antico, scandito da indicazioni vaghe come mattino e sera, a un sostrato domestico e meridiano: 

 

Tu dicevi che ci vuole la calmezza

in tutte le cose visibili e invisibili

raccontavi con calmezza assisa dritta

e la lingua dice che tieni ragione

perché la sera porta la calmezza

il mare la mattina ispira la calmezza

in casa deve abitare la calmezza.

 

Il sapiente gioco di epifore con cui si mette in rilievo la «calmezza» è accompagnato da un impasto linguistico di area centromeridionale (di qui l’uso di tenere in luogo di avere in «tieni ragione») e non disdegna il ricorso al linguaggio religioso, onnipresente in questo volume: ogni focolare ha i suoi Penati familiari da custodire. 

Il dialetto di Fondi, però, non ha soltanto la funzione fotografica di fissare per sempre un mondo che sta scomparendo, ma ha anche la forza semantica di dilatare il mondo contemporaneo, di spostare più in là – con effetti sorprendenti – i limiti del nostro immaginario. E così in una poesia Di Biasio ci parla di «un vaso – un bacio, di fiori», giocando con la polisemia della voce dialettale vase (‘bacio’ e ‘vaso’). Ancora, nel verso che dà avvio alla sezione Madre lingua si legge «Non ci capiamo, non ci entriamo», proprio perché in dialetto il tipo capére, allotropo dell’italiano capire (entrambi derivano dal lat. capĕre, ‘prendere’, ‘contenere’), ha il significato di ‘entrare’: il poeta ora potrà, partendo da questo valore, dar vita a un’altra riflessione che, per intelligenza e vis indagatoria, può ricordarci Valerio Magrelli:

 

Non ci capiamo, non ci entriamo

questa forma verbale dialettale

mesce il capire dentro la capienza:

se non ci capiamo, non ci entriamo

se non comprendiamo, stiamo fuori.

 

I dialettismi, come si può vedere, abbondano. Tra questi citiamo a mo’ di esempio addore (‘odore’), jastemare (‘bestemmiare’), parannanza (‘grembiule da cucina’), tremende (‘guarda bene’), stutata (‘spenta’), zinale ’nzivito (‘grembiule unto’).

Il dialetto e l’italiano regionale, così vivi nella lingua del poeta, hanno anche il potere di dialogare con l’italiano standard sotto il profilo diacronico e letterario: «il secolo scorso i poeti scrivevano io che andava… / allora tu sei dentro i romanzi del primo novecento / altrove citata in una rara antologia di poesia». 

 

La parola «panasonica» si confronta anche con l’inglese, con accenni che non possono non ricordare (come puntualmente fa Umberto Fiori nella prefazione) il poemetto Italy di Giovanni Pascoli: nei versi di Di Biasio ecco allora comparire la rabbìscia da rubbish (‘immondizia’) o il dolàr (‘dollaro’) richiamato dal dulùr, il dolore dei migranti. Non manca, in tale plurilinguismo, il latino, sempre dentro bischizzi piuttosto evocativi («questo muro che ci mette alla berlina / divide l’Est dal Videtur ogni mattina / spacca l’Essere dal Sembrare come un melone»), a volte anche in arguti confronti con il dialetto fondano: «(E che rimanga “intrall’oss”, / com’è il detto: “inter l’oss”?! / come dire che rimane “inter nos” / dentro all’ossa, qua in mezzo a / quattro mura e una cava verità.)».

 

La costruzione di questo libro fondato sul linguaggio e su una dimensione familiare quasi esclusivamente femminile (o meglio, matriarcale) lascia al lettore anche la possibilità di stupirsi, di perdersi quasi accanto al poeta, alle prese infine con un ambiente nuovo e con la donna amata. E proprio l’ultima sezione, intitolata non a caso La parola neo-, rende l’architettura dell’intero libro ancora più ricca: c’è un luogo in cui la poesia di Di Biasio cambia pelle, moltiplica le prospettive, adotta registri e codici diversi, sempre mantenendo alto il discorso metalinguistico e metaletterario avviato nelle precedenti sezioni.

Se pure in quest’ultima parte il rapporto con la donna amata è vissuto attraverso un immaginario ancora materno («Mi tieni in grembo e mi partorisci / le ginocchia piegate connettono i petti»), cambiano i riti e le modalità di incontro, si cena «mentre vediamo netflix», la stessa relazione amorosa viene letta attraverso filtri sempre nuovi: lo sport («abbiamo creato una cellula invincibile / come quella di sicurezza dei piloti di F1»; o ancora «Ci farei stile libero farfalla rana / sopra il vasto specchio della tua schiena»), l’arte («Sei forma viva tra les demoiselles d’Avignon, / tutta scomposta, il tuo sguardo riluce dalla bocca»; «Hai la bocca ad arco inflesso […] denti bianchi stile tardo gotico»), la tecnologia («sparisti a vista ma skype catturò gli ultimi istanti»; «lingua porta usb per scambio dati»), persino i nonluoghi («l’aeroporto è ancora un paese attivo»). Se c’è una traccia di «nonnità», essa è tutta nelle ricorrenti allusioni alla religione, alla terra, alla casa, declinate però in maniera diversa rispetto alle prime sezioni, rilette alla luce di un’intelligenza nuova: quella del corpo: 

 

Dici: «Voglio la tua impronta sul mio corpo»

e mentre stringi più forte io faccio neo-avanguardia

premo il neo- che ti salda il collo al petto al centro esatto

per accenderci la luce poi martello per tenere questo noi – 

fisso alla parete e vedere la traccia che resta a toglierlo

il bianco d’anni in cui stava in equilibrio incorniciato

crocifisso per resuscitare muri in carne

i miei muri nelle nostre carni, e così sia.

 

Dunque in Di Biasio l’ambito linguistico, con i suoi dialettismi, latinismi, anglicismi, non è mero sfoggio, ma legame affettivo con un mondo, che il poeta prova a tenere – forse anche dolorosamente – nella misura del verso: quanto più rievoca la lingua del suo passato, tanto più ne prende le distanze, se ne allontana (d’altronde «il passato è un’innovazione da inventare»). I suoi prossimi lavori ci diranno che ne sarà di quella lingua (e dunque di quel mondo, di quella «non-età») che l’autore ci ha fatto scoprire in Panasonica e che ora arricchisce il vocabolario dei nostri sogni.