Recensioni

ALESSANDRA TOSONI,
“D’ANIMA E DI TERRA”
(LIBEREDIZIONI, 2020)

di Federico Migliorati

Una poesia che attraversa il tempo, timorosa del futuro inconoscibile, ma in grado di recare con sé limpidamente e chiaramente la nostalgia di un sorriso e di un abbraccio, la gioia pur effimera di un istante, il geloso mondo degli affetti che emerge cristallino tra le pagine dando lievito alla speranza. La monteclarense Alessandra Tosoni arriva per la prima volta in libreria con la sua raccolta di versi D’anima e di terra (159 pagine, euro 15 con ampio pregevole corredo fotografico di Matteo, Stefano e Basilio Rodella) congedata dopo una lunga gestazione per i tipi di Liberedizioni il cui direttore editoriale, Marcello Zane, ha impresso nell’approfondita prefazione il marchio di acuto osservatore capace di scandagliare i rivoli del dire dell’autrice.


Quattro le sezioni o per meglio dire, i medaglioni delle emozioni, di cui si compone l’opera che consta di oltre 70 poesie: La vita, L’amore, i sentimenti, Le persone, la natura, Spiritualità, speranza, gratitudine. Il viaggio di Alessandra coglie il senso dell’esistenza di tutti, si sofferma sull’idillio del cuore, «scintille vaganti orfane di luce» quale siamo. La vita celebrata in tutte le sue forme, nel dipanarsi di giorni sempre pronti a sorprenderci, non può che riempirsi di bellezza ed ecco la poetessa, «mendicante d’amore e di speranza», chiedere di restare in questa «armonia dell’universo», travagliata dalle ferite, ma pur sempre prona al dolce fluire dei sentimenti.

Come un filo rosso che unisce tutta l’opera poetica emerge, accanto ai tributi a familiari ed amici cari, il delicato richiamo all’amato fratello Roberto, docente e dirigente scolastico spentosi nel 2004 a soli 51 anni per un male incurabile, che cinge l’idea verseggiante: a lui sono dedicate più poesie, segno di quella ben conosciuta «assenza, più acuta presenza», per prendere a prestito un noto epigramma bertolucciano. Egli è «luce che mi cammina al fianco» e assume così la metaforica figura del «pieno che sento nel vuoto / dei troppi perché», il cui desiderio di contatto si sublima nello snodarsi delle parole. La sua bontà d’animo, il suo esserci nel silenzio, nell’incedere lento e misurato dei passi e del carattere che la memoria riporta in luce sono i tratti distintivi di un proteiforme protagonista nella vita di Alessandra che pure non si rassegna, nonostante la morte, a chiedere di palesarsi «in un mondo che abbia gli splendidi colori della tua anima».


Tra echi ungarettiani e pascoliani, il verso acquisisce sostanza nel corso del tempo necessario al suo prodursi, riflesso arguto e screziato, proiezione di un ricordo o di una speranza. E come Luzi implorava la parola di volare alto, oltre le nequizie cagionate dall’uomo, fino a «crescere in profondità» per toccare «nadir e zenith» della sua significazione, anche l’autrice monteclarense accarezza i termini, li blandisce con cura affinché nulla vada perduto del loro rifluire nella mente dell’altro, gocce di rugiada limpide nel primo sole: «Le parole – leggiamo ancora in una sua poesia – sono soffio di vento / che accarezza o raggela / quando passa sul cuore»: non è insensibile, dunque, il prodursi della voce se l’esistenza è concepita come un dialogo prima di tutto con la propria interiorità. Il trascorrere del tempo, ad onta dell’età che avanza, può offrirsi come occasione per una crescita: ogni ruga, medita Alessandra, si trasforma in poesia, poiché nulla nella propria esistenza può andare perduto se se ne trascrive l’emozione.

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Le persone care, gli affetti stabili sono osservati con la lente d’ingrandimento di un cuore puro e sincero che geme per la lontananza come per il dolore provocato all’universo: esemplificativi sono i versi sui migranti, su quella grande epocale tragedia del nostro tempo a cui spesso rimaniamo indifferenti, sazi del benessere di cui trabocca l’Occidente. Non abitiamo più l’umanità se non «permetteremo a un bimbo e a una madre / di calpestare l’erba della loro terra, / abbracciati dal cielo che li ha visti nascere», una verità-lezione che ancora fatichiamo a comprendere e a rendere nostra e che Alessandra mette in evidenza, senza fronzoli pur nel suo linguaggio smussato dalle asperità. L’amore come disegno universale, quale perenne moto ancestrale è l’altra colonna che, assieme al ricordo, sorregge l’impianto e l’architettura del volume in oggetto: l’amore dispiegato a persone e cose, alla natura e al tempo che si abita, alle stagioni e alla poesia da cui si può trarre nuova linfa nel cementare ciò che il cuore getta sul rigo.


Per Alessandra a restare, sigilli di una storia terrena, saranno gli sguardi «a giacere nei sospiri», «come orme di incontri» e «inizi di discorsi mai fatti», «a chiamare il futuro»: osservare diventa così un elemento imprescindibile dell’essere, sia in senso letterale sia in senso metaforico. Guardare con acutezza per poi ricordare e rammentare, nelle due diverse accezioni di riportare al cuore e alla mente. Come efficacemente argomenta Zane in prefazione del volume, l’autrice «ci fa uscire dal cantuccio dove si rintana la farsa degli equivoci e si perde presto il filo della verità». Nulla viene tralasciato nella conoscenza di sé, degli altri, del mondo che ci circonda nella ricerca del giusto e spontaneo dire, nelle poesie di Alessandra Tosoni: oseremmo dire, se questo non venisse ad allontanarci troppo dal contesto di cui si scrive, che in lei l’espressione del poetare, della parola, si fa culto a cui, devota, si pone senza preziosismi, senza leziosità così diffuse nel mondo letterario contemporaneo intriso di successi senza sostanza soprattutto sui canali digitali. Così confidiamo che una «luce ci raggiunga / e salvi l’anima da morte certa» e chiediamo ai poeti di rappresentare «l’atomo che ancora manca / all’armonia del mondo».



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Fotografia © Mads Peter Iversen


19/11/2020