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Recensioni

ALESSANDRO MOSCÈ,
“LA VESTAGLIA DEL PADRE”
(ARAGNO, 2019)

di Adriano Napoli

Ordinato in una sequenza di quattro tempi, quasi a sopperire quell’assenza e nullificazione del Tempo in cui sta la Morte, La vestaglia del padre di Alessandro Moscè ha l’aspetto di un diario in cui l’autore minuziosamente annota tanti piccoli eventi di una vita che ruotano intorno alla presenza/assenza della figura paterna.

L’elaborazione del lutto, attraverso il ricordo di una memoria fotografica, come una «fiamma del ricordo in un punto cieco», comporta un’apertura necessaria a un’inedita possibilità di visione della realtà, nell’esercizio di una fedeltà alla vita che si esprime in una rinnovata e lucida coscienza di sé e dei propri valori.

«Si cerca sempre di dare un senso alla morte / che sia il bisogno dei vivi tra i vivi», riflette il poeta in versi pensosi e severi in cui la contemplazione della morte si riflette nei residui, nei simulacri di decadenza di una civiltà, nei margini asociali del nostro tempo.


In questa raccolta l’autore ci offre il ragguaglio frantumato delle sue riflessioni, portando nella poesia la violenta materialità della vita feriale, ma allo stesso tempo introducendo, con una determinazione che ha il sapore e l’eco di un gesto provocatorio di libertà, il ritmo della poesia, dell’atto poetico nella prosa del quotidiano. Si rivela, dunque, il sentimento incessante di una scoperta, di una parola che neutralizza la morte mediante la gemmazione di oggetti irrilevanti in apparenza, di umili cose (la vestaglia evocata nel titolo, i «cuscini che nessuno tocca», «la giacca gualcita», ecc.), di dati estrapolati da vicende e ricordi apparentemente irrelati, che agglomerandosi in lampi e intermittenze intorno alla figura paterna ricompongono il profilo di un’identità in cui consistere, di un’integrità stropicciata forse dall’attrito con la realtà, e pur tuttavia inscalfibile.

«La lunga memoria / cucita nella stoffa dei pantaloni a gamba lunga» con un ardito slittamento di senso (di ascendenza pascoliana?) combacia con la «pelle rimarginata lungo le vene incrociate / del braccio». Come se nella malattia si celasse una insospettabile salute sconosciuta all’effimero edonismo imperante (o un talento, rievocando il titolo felice di un altro libro di questo autore), una discesa all’origine di sé che è anche rivelazione di una libertà più profonda ed essenziale.

È come se il corpo (assente) del padre ispirasse nella coscienza del figlio la necessità di un’escatologia rivissuta nei gesti, nei comportamenti quotidiani (emblematica quella geografia concreta e mentale di una Roma ordinaria e favolosa, e di altri luoghi memoriali toccati dalla vicenda paterna a cui il figlio si ripropone di ritornare), in una immedesimazione negli abiti e abitudini paterni che si traduce in comportamenti, habitus mentali sublimati in un’idea di Futuro, di Destino.


Abiti/Habitus, e non sembri un gratuito gioco di parole: è in effetti la dialettica fondante di quest’opera in apparenza destrutturata, concepita per blocchi quasi autonomi, ma caratterizzata da una integrità di visione che si effonde in atmosfere, stati dell’animo, legami sottili e tenaci, consolidati da un sentimento forte della realtà.

Moscè riesce a comporre – attraverso il discorso poetico che è anche una verifica costante del vedere e del sentire, nel caos e nella disgregazione del presente (incarnato eliotianamente nell’immagine del «tempo slavato di febbraio») – la trama di una nuova forma di narrazione, la scoperta di un’incognita ‘vita nuova’ nelle vene consunte, estenuate del mondo attuale. Sembra spalancarsi, in questa testimonianza di alto valore etico ed esistenziale, una stagione primaverile dello spirito in cui ristrutturare la forma di una resistenza ostinata:


     I cuori non inceneriscono

     come le ossa dei defunti.



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Fotografia © Elliott Erwitt


29/03/2021