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In luce

ILLUMINARE LA NOTTE.

POE E MASATOSHI IN DIALOGO

di Andrea Annessi Mecci

Era il 7 gennaio 1839 quando, con l’annuncio dell’invenzione di un procedimento attraverso cui fissare – in modo permanente – le immagini su lastre di rame, fu proclamato re il ‘dettaglio’. La presa esatta del reale avrebbe infatti restituito ogni particolare. Fino a quel giorno non erano mancate le ‘catture’ del mondo esterno senza che fosse necessario l’intervento di un artista – pensiamo al suolo lunare osservato col cannocchiale di Galileo. L’immagine, però, era stata ‘vista ma non fissata’ all’interno di una cornice, e proprio per questo le era impossibile esercitare un effetto davvero destabilizzante. 

 

Con la fotografia venivano tagliati i ponti tra verità trascendente e scena apparsa. Si cominciava ad esistere sul piano delle immagini. Il ‘non senso del tutto’, suggerito dal dettaglio infinito, produceva una vertigine proprio là dove le immagini avevano affermato le loro pretese. Contemplare l’orlo del precipizio sul quale alcuni poeti e fotografi hanno allora camminato può restituirci la misura dello shock ricevuto, non solo per l’irruzione del dettaglio ora visibile, ma anche per un nuovo ingombrante enigma da decifrare. Il fantasma del non essere, fin qui solo ipotizzato, si faceva concreto nel ‘silenzio’ del puro accidente della materia.

 

L’accostamento dei versi di Edgar Allan Poe alle fotografie di Naito Masatoshi mostra questo nascosto movimento, non tanto finalizzato a dar risalto al particolare, quanto invece a direzionare il lampo di luce per illuminare la notte

 

Nel febbraio del 1845 Poe dà alle stampe il celebre poemetto Il corvo: una successione di stanze, ciascuna contenente un breve effetto poetico, che appaiono quasi come istantanee fotografiche legate in una serie. Le circostanze isolate dell’ambiente in cui si svolge la scena materializzano l’oscurità del ‘fuori’ (ciò che, prima della fotografia, era rimasto escluso). Al grattare del corvo sulle imposte, la porta si apre, lasciando penetrare le tenebre:

 

Poi mi feci coraggio e senza più esitare
«Signore,» dissi, «o Signora, vi prego, perdonatemi,
ma ero un po’ assopito ed il vostro lieve tocco,
il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare
di avervi veramente udito». Qui spalancai la porta:
c’erano solo tenebre e nulla più.

 

Il nuovo ‘effetto del fotografico’ non privava di senso solo gli oggetti quotidiani, ma anche lo spazio dell’io ormai divenuto estraneo a sé stesso. La notte diveniva, pertanto, il centro collassato dell’interno che chiedeva molta luce per essere illuminato.

Naito Masatoshi aveva sette anni quando, nel cielo di Hiroshima e Nagasaki, esplose un sole artificiale. Non sappiamo se ne sia stato testimone diretto, tuttavia non possiamo trascurare, scorrendo le immagini della sua lunga produzione fotografica, la scelta formale usata per gettare luce, con il lampo di un flash, sull’indeterminatezza della notte. Nella serie fotografica The Tales of Tono, pubblicata nel 1983, il buio circonda i volti di donne, di uomini, amorfi sbiancati dettagli. Qui, come nel componimento di Poe, si osservano alcune costanti: su tutte, il prorompere del dettaglio di forme ritagliate su sfondo nero.

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L’eccesso di luce è rivolto al cuore dell’oscurità. Così si illumina la notte e si restituisce la sua densità ‘per sottrazione’.

A tal proposito sono significative le parole dello stesso Masatoshi: «In questa serie [Tono] ho allargato la consapevolezza dell’uso del flash a fini espressivi. Anziché direzionarlo sulle persone e le cose ho illuminato il paesaggio – non sapendo se la luce avrebbe raggiunto il circostante».

Anche nei versi di Poe compare, improvvisa, una luce ‘addizionale’ portata dagli occhi del corvo («all’uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore»); luce indispensabile a rischiarare gli oggetti fra le tenebre sopraggiunte nella stanza («cercavo di capire, chino il capo sul velluto / dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava / sul viola del velluto dove la lampada luceva»).

Ci troviamo sul confine di chiaro e scuro, nel lavorio concentrato a ravvivare il buio con un surplus di luce per esprimere non gli oggetti, bensì la sostanza della notte in cui essi hanno perduto la loro ‘definizione’. Allo stesso modo Masatoshi lascia pensare ad un’ultima porzione di terra calpestabile, con i fili d’erba e i fiori affranti nel bilico di un affaccio sul nulla.

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Entrambi gli artisti, quindi, sottraggono all’ombra esterna, ora illuminata, la sua piena densità, lasciandone affiorare un’altra, assai più misteriosa: quella interiore.

E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
e la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l’anima mia dall’ombra che galleggia sul pavimento
non si solleverà mai più.