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LE STANZE DELLA FENICE.

OMAGGIO A DELMORE SCHWARTZ

di Sergio Bertolino

Delmore Schwartz è un grande poeta. Ma è anche, inspiegabilmente, un poeta dimenticato, e in molti paesi un ‘perfetto nessuno’. L’Italia non fa eccezione e non c’è da stupirsi: i suoi libri sono stati relegati nei più bui scaffali della storia persino in patria, negli Stati Uniti, dove per fortuna sembra che le cose stiano cambiando (e un particolare merito è da attribuirsi alla casa editrice New Directions, tra l’altro la prima ad aver dato alle stampe i suoi scritti). Di là dall’Atlantico varie pubblicazioni si stanno succedendo, su tutte quella di Once and For All: The Best of Delmore Schwartz, un’antologia del 2016 con cui si è tentato di raccogliere quanto di meglio e di più rappresentativo avesse prodotto. 

 

La carriera letteraria gli ha regalato ben poche soddisfazioni: dopo gli allori che seguirono il suo esordio alla fine degli anni ’30, la reputazione di Schwartz è tristemente venuta a calare, fin quasi a scomparire. Se la sua memoria si è mantenuta viva è stato grazie alla biografia di James Atlas (Delmore Schwartz: The Life of an American Poet), datata 1977, che ha riscosso un importante successo. Il lavoro di Atlas non ha tuttavia rinnovato l’interesse dei lettori verso la poesia di Schwartz: quel che più li aveva sedotti era invece la classica vicenda dell’uomo talentuoso, brillante, dapprima incensato come genio, che si consuma per effetto dei suoi problemi psichici e della dipendenza da alcol, barbiturici e amfetamine e muore d’infarto – ignorato da tutti, tanto che il suo corpo fu reclamato solo due giorni dopo il decesso – all’età di 52 anni, l’11 luglio 1966, in una camera d’albergo di New York. Insomma, il prototipo dell’artista autodistruttivo e paranoico così caro alla cultura pop. 

 

Eppure parliamo di un autore che ha scritto versi in grado di suscitare l’ammirazione d’istituzioni poetiche del calibro di Auden, Eliot, Stevens e di critici eminenti quali Blackmur e Dupee, un autore che ha rappresentato ai suoi inizi la grande promessa d’oltreoceano, «il nuovo Hart Crane», «l’Auden americano», «la prima, vera, palpabile innovazione nel mondo della lirica dai tempi di Eliot e Pound». 

Magari, come ebbe modo di dire John Berryman, era principalmente un poeta «torturato oltre i limiti dell’uomo. I due lati del suo volto erano differenti l’uno dall’altro, ed entrambi riflettevano [...] una parte della sua personalità». Delmore Schwartz è stato – nella vita come nell’arte – un paradosso («Perché sono un poeta della scuola materna [...] / del cimitero»): in lui coesistevano il bambino e l’erudito, il saggio e l’animale; era vulnerabile ma anche ambizioso, timido e riservato ma anche un «Mozart della conversazione». 

 

Leggendolo ci s’imbatte continuamente in episodi della sua infanzia, nella sua ‘saga familiare’. Del resto era convinto che l’esperienza del migrante ebreo fosse la materia principe da affrontare, e dunque la storia degli Schwartz assumeva una funzione centrale nel contesto della sua opera. 

Il rapporto tra i genitori non fu certo idilliaco. Dopotutto, con due personalità così agli antipodi, non era semplice farlo funzionare: Harry era un attraente uomo d’affari e casanova, Rose una donna aspra e legata alle convenzioni, angosciata dalle varie scappatelle del marito. E, tra gli abbandoni e i ritorni dell’uno e le scenate isteriche dell’altra, i primi a farne le spese non potevano che essere Delmore e il fratellino Kenneth. 

Rimandi alle ‘piccole tragedie domestiche’ – tragedie feconde, che gli avrebbero consegnato dei validi argomenti per la scrittura – sono rintracciabili in tutto il corpus schwartziano. Ne fa fede il celebre racconto Nei sogni cominciano le responsabilità (che dà il titolo alla raccolta edita in Italia da Neri Pozza nel 2013) in cui gli attori sono proprio lui, il padre e la madre, calati in una situazione alquanto surreale: il giovane Delmore si trova in un cinema dove assiste a un film incentrato sulla nascita del legame tra i suoi; a un tratto, in preda a una crescente agitazione, si alza in piedi e urla: «Non fatelo. Non è troppo tardi per cambiare idea, tutt’e due. Da tutto questo non verrà fuori niente di buono, solo rimorsi, odio, scandalo e due figli dal carattere mostruoso». 

 

Fu nel 1938 che, con la pubblicazione di Nei sogni cominciano le responsabilità, fece la propria entrata trionfale nel mondo della letteratura. Atlas ha tentato di abbozzare l’effetto che il libro seppe produrre sui lettori: Delmore Schwartz era «la quintessenza del modernista e, cosa forse ancor più importante, aveva dato una prova di riconoscimento nei confronti di coloro che avevano saputo stabilire un nuovo idioma poetico. Eppure [...] non poteva che seguire la propria strada e trovare eventualmente dei modelli a lui più congeniali in quelle esemplari figure di rivolta che furono Rimbaud e Baudelaire». 

 

Ma il dolore evocato dalla voce di Delmore non è nulla in confronto a quello che effettivamente provò. L’ultimo decennio, poi, fu devastante: due matrimoni falliti, l’alcol e altre forme di dipendenza, le rendite che si facevano sempre più esigue. Gli amici, tra cui Saul Bellow (che a Schwartz si sarebbe ispirato per il protagonista del romanzo Il dono di Humboldt, premio Pulitzer nel 1976), cercarono di aiutarlo a pagare i trattamenti psichiatrici, ma dopo un po’ – benché gli fosse stata diagnosticata una forma acuta di schizofrenia paranoide – lui abbandonava le cliniche per fare ritorno al suo adorato Greenwich Village. 

Ad ogni modo continuò a scrivere versi (e non solo, riempiva quaderni e quaderni di racconti indecifrabili). Nel 1959 pubblicò Conoscenza estiva, una raccolta di liriche tratte da precedenti volumi e di molte altre inedite, con la quale – a dispetto dei parecchi detrattori, che reputavano i nuovi componimenti privi della consistenza elettrica delle prime prove – ottenne il prestigioso Bollingen Prize (divenendo il più giovane vincitore di sempre) e il Shelley Memorial Award.

Fu il canto del cigno, l’acuto finale della sua poesia. 

 

Finale? 

Si spera non sia così. Oggi, a più di cinquant’anni dalla morte, il genio di Schwartz reclama un risarcimento da parte della storia, l’aureo spazio che merita tra i grandi poeti del Novecento americano. Il servo del cuore, l’«ebreo atlantico» che andò dietro a Dioniso scordandosi di Apollo (salvo poi pentirsene), il cantore «del fiume Hudson e delle altezze che lo sovrastano, / delle luci, delle stelle e dei ponti» avrebbe sicuramente molto da insegnare alle generazioni attuali e future: «il destino infinito, senza rimedio, della poesia», «la gioia perenne della poesia». E può darsi che un altro tempo per lui si stia preparando, che torni alla vita tumultuoso e irriducibile, come la fenice cantata nei suoi versi:

 

Questa è una poesia che ho scritto prima di morire e rinascere:

[...]

C’è sempre oscurità prima del piacere!

La lunga notte è sempre il principio del fiore vivace del giorno