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di Simone De Maio

«Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante». Così recita il sesto punto del Manifesto del futurismo, scritto nel 1914 da Filippo Tommaso Marinetti.

Una frase che racchiude il senso stesso di quest’avanguardia.

Il futurismo rispondeva al nichilismo oramai latente con l’attivismo, la celebrazione della forza e le novità tecniche. L’uomo che tiene il volante si faceva dunque metafora di comando, con un riferimento importante nel quadro della produzione del poeta: l’automobile.

I futuristi – e Marinetti in particolare – ritenevano che la potenza dell’uomo potesse esprimersi non attraverso la spiritualità, ma con la materia forgiata ‘tecnologicamente’. Il dio di Marinetti non è spirito o puro atto d’amore, bensì metallo, bulloni e rumore. Esemplari, a tal proposito, i versi onomatopeici di Zang Tumb Tumb che evocano cannoni, mitragliatrici, fuciliere, un mondo caotico e meccanico dove la guerra, «sola igiene del mondo», regna:


     ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare
    spazio con un accordo 
tam-tuuumb
     ammutinamento di 500 echi per azzannarlo
     sminuzzarlo sparpagliarlo all’infinito
     nel centro di quei
 tam-tuuumb
     spiaccicati (ampiezza 50 chilometri quadrati)
     balzare scoppi tagli pugni batterie tiro
     rapido violenza ferocia regolarità questo
     basso grave scandere gli strani folli agita-
     tissimi acuti della battaglia furia affanno
     orecchie occhi
     narici aperti attenti
[...]


Marinetti ha inconsciamente promosso il mito di Prometeo (utilizzato dalla letteratura filosofica per spiegare la condizione dell’uomo in rapporto agli sviluppi tecnico-scientifici) e, soprattutto, ha anticipato il paradigma più caro alla contemporaneità, ovvero l’esaltazione della tecnologia considerata come dio concreto. Essa si manifesta, allora, quale ‘cultura’ e ‘fede’, emblema della libertà, della superiorità umana rispetto alla contingenza storica, strumento mediante il quale dominare gli eventi.

In All’automobile da corsa Marinetti propone un’apologia della macchina (e quindi della tecnica) in grado di sottrarre l’uomo dalla sua stessa animalità e di trasformare – come sostiene Adriano Pessina – ciò che sembrava una ferita narcisistica in una risorsa creativa:


     Formidabile mostro giapponese,

     dagli occhi di fucina,

     nutrito di fiamma

     e d’oli minerali,

     avido d’orizzonti e di prede siderali...

     io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,

     scateno i tuoi giganteschi pneumatici,

     per la danza che tu sai danzare

     via per le bianche strade di tutto il mondo!...

     Allento finalmente

     le tue metalliche redini

     e tu con voluttà ti slanci

     nell’Infinito liberatore!


L’encomio, tuttavia, contiene nel profondo quel che Günther Anders ha definito «vergogna prometeica»: l’io, allo scopo di uscire dal suo stato di minorità, ha creato prodotti funzionalmente perfetti, che lo superano. «Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto», leggiamo nel Manifesto. Si tratta di un ‘cattivo infinito’ perché, per eliminare un limite (quello imposto da Dio e che l’uomo, a partire dall’Illuminismo, ha inteso abolire per mezzo della ragione), se ne è generato un altro. È un assoluto non reale, una nuova forma di finitezza per l’essere umano che, colpevole di hybris, vive ora sottomesso alla ‘performabilità’ tecnologica.


Ma che antidoto, se davvero ce n’è uno, per la vergogna prometeica?

L’ermeneutica prognostica elaborata da Anders propone di rielaborare il paradigma antropologico, per cui l’uomo diverrebbe punto di congiunzione tra degenerazione e innovazione.

Infatti, il filosofo tedesco ritiene che, per scongiurare la crisi della postmodernità, sia necessario che l’io riconosca appieno la sua condizione ontologica di essere sempre imperfetto e irriproducibile e che si esponga in modo ‘disobbediente’ al dominio tecnologico («l’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche sé stessa come un’umanità da buttar via»). Ci suggerisce, in sostanza, un percorso di rieducazione dell’umano e di reinterpretazione del reale: «se le cose stanno così, se non vogliamo che tutto vada perduto, il compito morale determinante del giorno d’oggi consiste nello sviluppo della fantasia morale, cioè nel tentativo di vincere il dislivello, di adeguare la capacità e l’elasticità della nostra immaginazione e del nostro sentire alle dimensioni dei nostri prodotti e all’imprevedibile dismisura di ciò che possiamo perpetrare».


Del resto anche il libertario Marinetti era carico di contraddizioni: nell’Aeropoema di Gesù (1944, anno della morte del poeta) ha confessato infatti – e sembra una chiara presa di coscienza – «l’illusione di sentirsi meccanico quando si è in realtà soltanto carne piangente».



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Immagine di copertina: Luigi Russolo, Dinamismo di un’automobile, 1913


02/02/2021

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La lanterna

UN DIO DI METALLO.
MARINETTI E LA “VERGOGNA
PROMETEICA”