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di Simone De Maio

     A qualche centinaio di metri
    passata la forma fresca del prato
    e dopo case dagli occhi spenti
    si trova il cimitero degli umani
    dove c’è carne che non sfama.


La svalutazione della materia ha avuto un’origine prettamente sociale. In passato era chi proveniva dalle classi più umili (servi, schiavi ecc.) a svolgere lavori connessi alla corporeità; le classi più agiate si dedicavano invece all’attività intellettuale e al pensiero sempre associato a princìpi spirituali, immateriali. La tradizione classica riteneva che solo l’intelletto fosse capace di cogliere l’Essere universale, immutabile, mentre la materia – ‘inficiata di non-essere’ e dunque inferiore – era obbligata al mutamento.


Questa concezione ha poi raggiunto il suo apice con Cartesio che, volendo individuare un metodo rigoroso attraverso cui giungere a una conoscenza indubitabile, ha riconosciuto nell’epoché – ovvero nella ‘sospensione del giudizio’ su quanto precedentemente accettato come vero – il requisito preliminare allo scopo. Il filosofo, tramite il criterio dell’evidenza, ha anzitutto negato la valenza dei sensi ‘ingannatori’, supponendo (anche in riferimento alle verità matematico-geometriche) l’esistenza di un ‘genio maligno’ deciso a far credere che il triangolo abbia tre lati. Il genio assume, a ogni modo, un ruolo fondamentale perché fornisce il principio basilare alla ricerca della certezza: il dubbio.

Devo dubitare di ogni cosa che sembri esistere al di fuori dell’io, inclusa la corporeità. Il dubitare è un atto del pensiero, e per pensare si deve necessariamente esistere. Ne segue l’espressione cogito ergo sum – la realtà dell’io in quanto res cogitans (sostanza pensante) scissa dalla materia intesa come res extensa (sostanza estesa) – e l’idea che l’unica fonte di conoscenza sia la percezione interna. L’anima, legata al ‘corpo-macchina’, se ne rende quindi indipendente.


Il valore del corpo viene recuperato da Merlau-Ponty, che, nella sua prospettiva fenomenologica, respinge il cartesiano dualismo anima-corpo e riconosce centralità all’attività senso-motoria senza la quale il pensiero sarebbe ingovernabile. Il fenomenologo pone l’accento su un rapporto con il mondo non mediato da un sapere fondato su rappresentazioni e categorie, dove individuo e realtà fenomenica appaiono ancora indifferenziati e ‘interagenti’.

La percezione risulta essere l’esperienza primaria che anticipa la stessa riflessione. Nel ‘percipiente originario’ non si è ancora compiuta la distinzione tra coscienza e corpo, che difatti è successiva e avviene con un atto di riflessione e di presa di coscienza del mondo.

Merlau-Ponty definisce la percezione ‘intenzionalità fungente’, pre-riflessiva, diversa dalla riflessione che invece implica un’intenzionalità d’atto, una precisa volontà. Ed è solo attraverso il corpo e i sensi che essa si realizza e si concretizza la relazione soggetto-mondo.


È possibile leggere l’opera Macello (Einaudi, 2004) di Ivano Ferrari sulla scia del pensiero di Merlau-Ponty. Anche qui si sottolinea la valenza del corpo (carne). I continui riferimenti a puledri, agnelli, vitelli e maiali delineano una voce in grado di destrutturare l’idealità poetica fino a farne materia.


     Se faccio sanguinare il vento

     se trasformo le foglie fredde

     in involtini di carne,

     se i cavalli bianchi del mio rinascimento

     sono esposti sul bancone di una macelleria

     non rinuncio alla mia umanità come voi del resto.


Il grande merito di Ferrari consiste proprio nell’aver scoperto quanto l’essere-corpo implichi un legame con un determinato spazio. La carne – vivente nel qui e nell’ora – è un vedere e un essere visti, un toccare e un essere toccati («Ficco dita nelle narici dure / del toro decapitato / cerco intimità e pensiero / in quel vigore moncato / quando potrei avere colme / le mani di mammelle»). Il nostro modo di relazionarci è sostanzialmente materico, sempre mediato dalla corporeità; percependo gli altri corpi prendiamo coscienza del nostro abitare il mondo, della nostra condizione di esseri ‘percepenti e percepiti’, viventi e vissuti. La materia non è semplicisticamente un oggetto fruibile, bensì un’apertura relazionale che si avvera solo a partire dall’interazione tra corpi.

Così il dire poetico, in Ferrari, si fa tramite di una ‘purificazione’ («non bruciano candele / solo grasso di cavalli col carbonchio / eppure la santità del sacrificio / avvolge ogni spazio»), di una chiara rivalutazione del corpo – distante dall’idea classica e cartesiana di ‘materia corruttibile’ – ora inteso come contenitore e contenuto anche spirituale, noumenico. In una parola: significato.



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Immagine di copertina: Lovis Corinth, Il bue abbattuto al macello, 1905


03/12/2020

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La lanterna

LA VALENZA DEL CORPO:
DA CARTESIO A “MACELLO”
DI IVANO FERRARI