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di Simone De Maio

Emblema della rivoluzione d’ottobre in ambito poetico, Vladimir Vladimirovič Majakovskij è stato il punto di riferimento del ‘komfuty’ (kommunisty futuristy), un gruppo nel quale convergevano tutti i futuristi decisi a collaborare con il nuovo governo. Il loro compito principale si manifestava nell’intento di adeguare la visione estetica alle idee rivoluzionarie. L’arte, dunque, fu del tutto assorbita dalle esigenze pratiche richieste dal momento storico. La majakovskiana Ordinanza all’esercito dell’arte è, da questo punto di vista, esemplare:


     Basta con le marce, futuristi,

     un balzo nel futuro!

     […]

     Ripulisci il cuore dal vecchiume.

     Le strade sono i nostri pennelli.

     Le piazze le nostre tavolozze.

     Non sono stati celebrati

     dalle mille pagine del libro del tempo

     i giorni della rivoluzione!

     Nelle strade, futuristi,

     tamburini e poeti...


Il poeta è un operaio è probabilmente una delle sue poesie meno note; si rivela però tra le più interessanti in quanto indicativa del ruolo del poeta all’interno dell’Unione Sovietica.

Majakovskij riteneva il lavoro del poeta – che fa ardere lo spirito dell’uomo ed è in grado di cambiare il mondo, educando alla bellezza – simile a quello dell’operaio: «proletari di corpo e di spirito», entrambi operavano per il bene della società (in senso materiale e spirituale):


     Fatica enorme è bruciare agli altiforni,

     temprare i metalli sibilanti.

     Ma chi oserà chiamarci pigri?

     Noi limiamo i cervelli

     con la nostra lingua affilata.


Come sosteneva Ernst Jünger, in epoca passata l’operaio si poneva in «inflessibile opposizione ad ogni sistema di valori borghesi». Essi, tuttavia, rappresentavano per lui un obbligo inevitabile, poiché solo riconoscendoli poteva essere davvero compreso dall’altra classe. Le tracce dell’influenza borghese si ritrovano, difatti, non solo nei termini oppositivi adoperati, ma, ancora, nelle parole scelte per promuovere la propria causa. Il terzo stato, al fine d’impadronirsi del potere, ha dovuto ammettere la valenza di quei valori. Ne è prova il fatto che i primi maestri della classe operaia erano di origine borghese.


Per cogliere appieno il ‘dominio della società borghese’ è importante far riferimento alle tesi di Mark Fisher che, con il concetto di «realismo capitalista», ha sottolineato la «diffusa convinzione che non esista alcuna alternativa al capitalismo».


Ora, tornando a Majakovskij, bisogna notare quanto la speranza dell’intero socialismo si sia risolta, invece, nella vittoria del capitalismo. Il poeta e l’operaio sono totalmente assoggettati ai mezzi di produzione contemporanea. Non esiste neppure una coscienza di classe cui appartenere. La crisi di valori ha persino determinato l’incapacità di condividere una visione comune.


Tutto ciò s’inscrive in un cambiamento radicale dell’economia capitalistica, regolata dai consumi e non più dalla produzione. La stessa catena di montaggio fordista, con la sua relativa rigidità, è oramai obsoleta, superata. Ne è seguita una nuova visione contraddistinta dalla «flessibilità». Nella fabbrica fordista, controllata da dirigenti e supervisori, gli operai «potevano parlare soltanto durante gli intervalli, nei bagni, al termine della giornata lavorativa o mentre erano impegnati in azioni di sabotaggio, perché la comunicazione interrompeva la produzione». Nel sistema postfordista, invece, la catena di montaggio è sostituita dal «flusso di informazioni» e si lavora attraverso la comunicazione. La produzione, in questo modo, non è mai interrotta.


Un altro aspetto da considerare è la cosiddetta «ricerca della felicità» (un’invenzione della classe borghese): «Non è più uno stato più o meno fugace, non è più una conquista, a volte dura e ascetica, non più frutto di una grazia o la realizzazione di una virtù: è un diritto, il che vuol dire che ognuno vi ha diritto, che è un’ingiustizia non essere felici, che l’attuazione di questo diritto diventa la meta abituale della vita umana, e che finché l’uomo non ottiene la realizzazione di questo diritto, la sua vita è incompleta» (J. Ellul).


Jacques Ellul ritiene che l’ideologia della felicità si realizzi attraverso il benessere: un maggiore consumo coincide con la soddisfazione dei propri bisogni che, però, necessita del lavoro: «Più aumenta il consumo, più forte deve essere l’ideologia della felicità. […] Senza benessere la felicità sembra vana e illusoria, priva di tutti gli strumenti di realizzazione».

L’interpretazione del filosofo francese esprime la ricerca spasmodica della felicità articolatasi «intorno al modello della civiltà tecnologica in grado di presentare le merci come risposta non più a bisogni o necessità, ma a desideri, sempre più pensati come diritti, perché fornisce uno degli aspetti decisivi della cornice culturale». Non si vendono oggetti di consumo, ma promesse di felicità. «Il capitale è costretto a distrarci, deprimerci e renderci dipendenti pur di mantenerci in stato di seduzione e subordinazione permanente».


Sul piano istituzionale, i lavoratori non sono più considerati ‘dipendenti’, bensì «creativi imprenditori di sé stessi». Produzione e distribuzione si affidano all’iniziativa intellettuale dei singoli lavoratori. Ecco che il bisogno di autorealizzazione diviene il fine ultimo dell’attività individuale.

Sarebbe comunque errato vedere nel sistema postfordista soltanto una nuova espressione dell’economia capitalistica, poiché, come afferma Fisher, esso ha una valenza ontologica: l’operaio, non avvertendo più la propria partecipazione alla coscienza di classe, si percepisce quale ‘monade insoddisfatta’ alla ricerca di sé.


La poesia di Majakovskij ha quindi perduto il suo significato più vero. Tra il poeta e l’operaio non c’è, oggi, che una differenza nominale. Il poeta, come ogni singolo, si ritrova smarrito in una società che illude con l’idea che tutto sia possibile. Ha smesso di «lim[are] i cervelli» perché irretito dalla ricerca di sé. Si crede ancora legato allo Spirito, non comprendendo quanto la distinzione stessa tra spirito e materia sia stata annullata. La spinta all’autorealizzazione racchiude la falsa speranza della libertà. Ma la libertà così ottenuta è orfana di valori, vuota di qualsiasi contenuto determinante e determinato. E «il nostro desiderio è senza nome».



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Immagine di copertina: Aleksandr Dejneka, Lavoratrici tessili, 1927


15/04/2021

La lanterna

“IL POETA È UN OPERAIO”.
TRA MAJAKOVSKIJ E IL REALISMO CAPITALISTA