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Inediti

GIOVANNA MENEGÙS 

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Grande prato in declivio acceso e vibrante di salvia (viola intenso, spighe di fiori) e di innumerevoli gigli arancio, a Geralba

Un’intera distesa che si svela improvvisa, racchiusa fra la strada sterrata e quinte di bosco – più in alto le quinte dei monti; più in basso, invisibile ma udibile, il fiume

Sono allineati dritti fieri come soldati, guerrieri – 

carnosi parasole rovesciati

 

Il colore concentrato dei gigli

La terra elabora e concentra, in silenzio distilla

Attraverso l’inverno il buio la nebbia 

E infine, a un tratto, questa esplosione 

 

Detesto i fuochi artificiali 

Ma questa esplosione dei gigli

Dei colori 

 

I grandi calici arancio

 

Sospesi tra il verde dell’erba

 

L’oscillazione, l’ondeggiare come di un mare, o di un tappeto sonoro 

(il suono sono i fiori stessi mossi dal vento, e i grilli) 

 

 

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Nel pomeriggio soprattutto, nell’ora verso il tramonto, la pietra (il Marcora, l’Antelao) emana luce

 

Nella pietra è racchiusa una sostanza di luce che irradia, si comunica verso l’esterno, verso il mondo – la luce rosata che sgorga è interiore alla roccia, come la luce d’essere che emana da un volto 

 

La luminosa tenerezza rosa, grigio rosata di queste montagne è quella di esseri viventi, viventi e trascoloranti nell’atmosfera, nel suo costante vivo mutare – Dopo una vita intera trascorsa di fronte al loro volto, alla presenza dei loro immensi corpi sbrecciati, ancora non si cessa di contemplarle: non si distoglie lo sguardo dalla carne rosa porosa, nel gioco plastico dei vuoti e dei pieni, dei semitoni e le impercettibili mezze ombre – e la roccia grigia e rosa e crema e azzurrata si trasforma non soltanto con l’atmosfera e le nuvole e i raggi del sole, ma a ogni nostro passo e sguardo: a ogni curva della strada, mentre ci muoviamo con l’auto – incessantemente la roccia fiorisce, balza e si volge nella luce alta e immensa, che colma il grembo della valle e il cielo spalancato di metà giugno

 

 

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Le genziane a Giau

 

Il blu intensissimo

 

Le genziane piccole, e anche le grandi, dai calici gonfi come trombe – punteggiano i pascoli – fitte come spilli ghiaia occhi

 

Soprattutto nelle piccole, il blu è talmente denso – materia solida 

 

Sembra che l’intera montagna, tutta la terra, lavorino un anno intero all’unico scopo di creare questi punti radianti rasoterra: si cammina attraverso un firmamento che sta sotto i piedi, tra l’erba, anziché sopra la testa

Giovanna Menegùs (Milano, 1969) è cresciuta a San Vito di Cadore. Ha pubblicato tre libri di poesia – Quasi estate, MasterBook / ExCogita, 2017; Investitura di voci,  edizioni 96, rue de-La-Fontaine, 2018; L'occhio fotografico,  Pietro Macchione, 2018 – e interventi culturali nel lit-blog collettivo La poesia e lo spirito.