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Fuoricampo

ROBERTO MUSSAPI.
IL SILENZIO, LA VOCE

di Angelo Di Carlo

Tentare di individuare una definizione coerente e univoca del concetto di voce può rivelarsi un’operazione meno immediata del previsto per via delle problematicità che la costitutiva doppiezza, che ne informa le varie dinamiche, inevitabilmente comporta. Nella sua versione più immediata e prevedibile, la voce è anzitutto il prodotto della fonazione e come tale va intesa ogniqualvolta si alluda alla dimensione della ‘vocalità’; tuttavia, è bene chiarire immediatamente che qui ci concentreremo prevalentemente su un’altra accezione che, invece, prevederebbe una sorta di equivalenza tra la nozione di voce e quella di mythos, nella sua versione più ampia.

In un’intervista rilasciata su «Sette» nel 2020, la poetessa Louise Glück, insignita nello stesso anno del Premio Nobel per la letteratura, ha affermato: «Tra le storie che mio padre mi raccontava, a me e mia sorella, oltre ai miti greci, c’era quella di Giovanna D’Arco... Senza la parte del rogo. Ci raccontava che lei sentiva le voci. Per me era una cosa naturale, immaginare voci nel silenzio», e forse è proprio all’oscuro articolarsi di queste ‘voci nel silenzio’ che bisogna riferirsi se si vuole individuare il significato profondo del mythos. È la voce che sgorga improvvisa, tornando a irrompere nel silenzio, costringendoci a porvi ascolto, che travalica i secoli forzando le maglie del tempo, sibila e ci incatena, urla dentro per rivivere, per risalire.

Si leggano, ad esempio, alcuni versi tratti da Linea intera, linea spezzata (2021), in cui il poeta Milo De Angelis si riferisce proprio a una voce udita interiormente e pronta a sfociare nel grido:


     Un boato nelle orecchie, un cigolio di cicale morenti,

     un grido impazzito di grilli nelle risaie di Trino ed era

     lo stesso urlo che ho sentito da bambino, pugnale

     di una voce incrudelita, qualcosa che mi conosceva

     e mi puniva con una sola e acutissima vocale.

     Cosa volete da me, sibili oscuri? Perché mi avete scelto? [1]


Oppure si consideri un passo tratto dall’ultimo libro di Emmanuel Carrère:


Ma quella che sgorga all’improvviso dal silenzio è una voce profonda, cavernosa, una voce che sale dal fondo dei secoli, o degli oceani, e che molto lentamente comincia a salmodiare qualcosa che suona come una preghiera o un’invocazione [2].


E infine qualche stralcio dai Canti orfici di Dino Campana:


e a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso [3].


In questa prospettiva, la riassunzione da parte di diversi scrittori, in particolare poeti, della voce intesa come mythos può aver rappresentato una sorta di via di uscita da quello stato di impasse, di inguaribile afasia, verso cui stava tendendo la strada della grande lirica novecentesca (fino agli esiti estremi della poesia di Zanzotto), nonché una delle possibilità per riacquisire una pronuncia distesa e pacificata.

È in questo mutato contesto, dunque, di ritorno all’ascolto dell’antica voce, della voce originaria, che si colloca l’uscita, nel 2020, di un libro come I nomi e le voci di Roberto Mussapi che, come può suggerire il titolo, pone al centro del suo discorso «la voce senza fonte visibile» [4], la voce in grado di «riattraversare il tempo e gli eventi / e risalire dalla guerra di Troia, alla fuga, / ai mari procellosi, al naufragio. / alla missione solitaria nel bosco dei cedri» [5]. Nella fattispecie, il libro in questione riunisce una scelta di monologhi in versi, scritti in precedenza e tutti accomunati dall’imporsi, al loro interno, di vere e proprie ‘voci’ [6], voci che si dipanano nel tempo, voci memorabili di personaggi della storia (come quella di Plinio il Vecchio), della letteratura o del mito (come Antigone, Didone, Cassandra), ma anche voci anonime e contemporanee, immerse nella proprie occupazioni quotidiane (come ne La grotta azzurra).

Va poi notato come, nei versi di Mussapi, il cammino della voce si articoli sempre e si sviluppi nei termini di una costante dialettica tra nascita e morte: è sempre un movimento, in altri termini, che dal buio spinge verso la luce, che segue, come scrive lo stesso Mussapi nel monologo intitolato Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, «lo slancio all’invisibile che erompe nel visibile» [7].

In conclusione si leggano, dunque, le parole che l’autore fa pronunciare a Didone nel lungo monologo, a più voci, intitolato Enea e Didone e che riteniamo particolarmente esplicative ai fini del nostro discorso:


     Se come lui conoscessi il sortilegio del racconto

     e la magia del poeta che scopre il canto

     armonico dalle percosse del mondo,

     salvaci da questo buio, riporta

     alla terra lucente il filo del mio ricordo,

     ricollegami ai vivi dove lui regna.


E ancora:


     Porta ai miei viventi la mia voce dal buio,

     scrivi, persevera nel racconto e nel poema,

     risali alla luce col gravame oscuro

     e il peso dei pianti e delle pene

     e l’urlo monotono del vento nel buio [7].



*

[1] Milo De Angelis, Linea intera, linea spezzata, Mondadori, Milano 2021, p. 69.

[2] Emmanuel Carrère, Yoga, Adelphi, Milano 2021, p. 49.

[3] Dino Campana, Canti orfici (1914).

[4] Roberto Mussapi, I nomi e le voci, Mondadori, Milano 2020, p. 66.

[5] Ivi, p.24.

[6] Si badi anche che proprio il lemma ‘voce’ è uno quelli che occorre più di frequente per tutto l’arco del libro.

[7] Ivi, p. 90.

[8] Ivi, pp. 28-29.


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Immagine di copertina: Valter Malosti, Se questo è un uomo. Spettacolo realizzato in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi


14/06/2022