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La lanterna

POESIA COME “INCONTRO”.

IL GIUDAISMO CRISTIANO DI PAUL CELAN

di Simone De Maio

Il 22 ottobre 1960, a Darmstadt, Paul Celan è insignito del Premio Büchner. Lì tiene un celebre discorso, Il meridiano, in cui riflette sul ‘fare poesia’ e prende posizione, affermando l’essenzialità di un begegnung (‘incontro’) tra l’io lirico e il tu (del lettore, e non solo): «La poesia – ci dice Celan – vuole raggiungere un altro, ha bisogno di questo altro, ha bisogno di qualcosa a fronte. Lo cerca, gli si consegna in forma di parola. Ogni oggetto, ogni essere umano è nella poesia che si protende verso l’altro, una figura dell’altro».

 

La poetica celaniana ha chiaramente un debito verso le tesi di Martin Buber, e in particolare verso un’opera del filosofo austriaco (ed ebreo), Io e Tu, dove è delineata una nuova concezione dell’identità, vista nella dimensione a priori del ‘tra’. L’io deve infatti trascendersi, aprirsi al mondo – a un altro ‘io’, a sua volta in grado di trascendere sé stesso – per potersi riconoscere ‘nella relazione’ («l’io è indispensabile in ogni relazione, anche in quella più alta, dal momento che essa può avvenire solo tra l’io e il tu [...] Ogni relazione autentica con un essere o un’essenza del mondo è esclusiva. Il suo tu è sciolto, emerso, unico ed è ciò che sta di fronte»). 

La relazione avviene, quindi, grazie all’apertura e al reciproco riconoscimento. Ma ciascun incontro, per Buber, è anche preludio a un ‘altro’ incontro: quello con Dio, il Tu eterno. L’essere allora assume il carattere proprio della ‘partecipazione’: 

 

Afferrati di già, Signore, 

gli uni all’Altro abbrancati, come fosse 

il corpo di ciascuno di noi, 

Signore, il tuo corpo.

 

Tuttavia, sempre ne Il meridiano, si denota pure un certo distacco dalla prospettiva buberiana. Senza dubbio Celan ne recupera il fondamento, ma la ‘fede nella parola’ ce lo fa apparire, in fondo, più vicino a Ferdinand Ebner (con Buber e Rosenzweig, tra i massimi rappresentanti del pensiero dialogico) che, nei Frammenti pneumatologici, accusa la scienza di aver reso la parola un mero ‘utensile’, di aver promosso un linguaggio spersonalizzante e autoreferenziale, sostanzialmente incapace di ‘corrispondere’. Per Ebner la parola ha un significato ontologico, non gnoseologico, poiché consente all’io di negare il solipsismo e di trascendere sé («Nell’esprimersi e divenir parola si muove fuori da tale solitudine verso il Tu e diviene vero in un senso più profondo [...] Così la parola e l’amore vanno assieme»).

 

Se io non so, non so, 

senza te, senza te, senza Tu, 

 

accorrono tutti, 

loro, 

i decapitati, che, scervellati, 

per tutta la vita cantarono 

la stirpe

dei Senza-Tu: 

 

Aschrej, 

 

una parola senza senso [...]

 

Il legame tra Celan e Ebner si manifesta ancor più sotto il segno del Cristo-Logos. Esistono vari rimandi a tale figura nei versi celaniani. Per citare un esempio, in Tenebrae il poeta rumeno – oltre a ripetere più volte il termine «Signore» (questo confermerebbe poco, in effetti) – ci consegna un distico particolarmente interessante:

 

Ed era sangue, era ciò che tu 

hai versato, Signore.

 

La parola «sangue» si dimostra decisiva. Solo un ‘corpo’ può sanguinare. Il riferimento è all’incarnazione del Tu eterno, alla parola spirituale fattasi corpo e posta tra noi («L’amore di Dio [...] si fece oggettivo nella ‘parola’, ovvero esperibile ai sensi, storico, nell’incarnazione di Gesù»). Ma Cristo è anche l’unico uomo contraddistinto dalla totale assenza di autoaffermazione, dal radicale superamento del solipsismo. Il Cristo-Logos incarnato è il mediatore verbale per cui si fa concreta la ebneriana «fede nella parola» e la possibilità di un ritorno alla «patria dialogica».