Cavolacci riscaldati

BREVE GLOSSARIO DANTESCO

di Leonardo Tonini

Spesso ci si dimentica che il mondo attuale e quello bassomedievale dell’Italia del Trecento non sono semplicemente diversi, ma sono così diversi da risultare di difficile comprensione per chi non è avvezzo a seri studi di medievalistica.

Mi propongo qui di approntare un breve glossario ragionato intorno ad alcune parole chiave della Divina Commedia con lo scopo di avvicinarci alla conoscenza del contesto in cui Dante visse e operò.  Si tratta di un vero e proprio gergo condiviso da Dante e dai suoi interlocutori, e oggi molto poco conosciuto e ancora meno capito perché coincide con parole di uso frequentissimo, seppur con significati profondamente dissimili.


La prima triade di parole che incontriamo è Anima, Cuore e Mente. Sono tre concetti in uso nella scolastica medievale che derivano da una visione platonica del mondo. L’anima è l’animalità, lo spirito vitale; il cuore coincide con gli affetti, cioè le passioni; e la mente è l’intelletto, la ragione. Ma occorre uno sforzo per capire meglio. Per un cristiano del Trecento l’anima non ci distingue dagli animali, la passione (se non governata) ci conduce all’errore e solo l’intelletto ci porta alla salvezza, a Dio. L’intelletto dev’essere prima mondato (pulito) dalla passione per poter accedere alla visione di Dio. Questo purificarsi dalle passioni avverrà solo dopo che gli affetti si saranno innalzati da un primitivo stato di ferinità, o istinto, che è tipico delle bestie, per arrivare appunto a essere superati. La tripartizione segna un percorso che può andare, secondo virtù, dal basso verso l’alto; oppure, non esprimersi come nel caso degli ignavi; o, infine, invertire la rotta e portare lontano da Dio, verso l’animalità (feritas) dell’Inferno.


Per capire meglio, veniamo a un’altra parola chiave fondamentale dell’opera di Dante che è Amore. Con Amore nella Commedia si intende Dio, amore di Dio, emanazione di Dio, di cui l’uomo può avere solo una conoscenza intellettuale. Questo è un passaggio molto importante in Dante: l’uomo può conoscere Dio solo con la mente e quando ciò avviene non è per merito dell’uomo, ma solo per intercessione di Dio e della fede in lui. Non bisogna intendere la comprensione intellettuale alla stregua di un matematico che risolve una equazione. La comprensione di Dio per un uomo del Medioevo è una visione che abbaglia e che mostra la vera natura delle cose e il vero volto di Dio, che poi coincidono. È una unione spirituale con Dio.

Siamo nel campo della mistica, un campo molto sentito da un credente del Basso Medioevo, il quale era convinto senza esitazione che il mondo sensibile, davanti ai suoi occhi, fosse pura apparenza, inganno. C’è, per il mistico medievale, una identità tra il creatore e le sue creature, ma senza la piena comprensione di ciò, tramite una sbalorditiva visione mistica, tutto è avvolto nell’oscurità. Che è oscurità di ragione, una ragione offuscata dai vizi del pensiero e dalle passioni terrene.


Pertanto, quando in Dante si parla di amore non lo si intende certo in senso moderno, o romantico, come l’amore per una donna. Anche quando sembra, ai nostri occhi, che sia così.

«Al cor gentil rempaira sempre amore» [1] altro non significa che l’amore (Dio) trova rifugio (rempaira, ripara) sempre in un cuore gentile, il quale non è gentile perché è buono, ma perché è nobile, pulito dalla passione, è andato oltre le passioni terrene.

Nella Vita Nova leggiamo: «Amore e ‘l cor gentil sono una cosa» [2]. C’è immediatezza della presenza di Dio in un cuore puro perché, per un uomo medievale, il bene (Dio) viene temporalmente prima del male e il male è solo un’aggiunta che si sovrappone al bene. Tolto il male, compare necessariamente il bene.

Anche quando sembra che si stia parlando solo di amore romantico, come nel caso di Paolo e Francesca, nel V canto, bisogna fare attenzione. Sebbene umanamente Dante provi simpatia per i due giovani, non bisogna mai dimenticare che li pone all’inferno. Se da un lato l’amore terreno è comunque l’immagine dell’amore di Dio, esso conduce al peccato mortale quando la passione va contro l’ordine delle cose. Tra Paolo e Francesca c’era stato un palese adulterio che non poteva non essere punito. Dante però usa l’episodio per manifestare un concetto fondamentale nella lirica del Dolce Stil Novo, entro il cui alveo si era formato come poeta e come uomo: «Amor che nullo amato amar perdona». Un verso che possiamo tradurre così: ‘Dio (Amor) non trascura (amar perdona) nessuno dei suoi figli (nullo amato)’. Perdonare qui vuol dire ‘risparmiare’ nel senso che ancora oggi abbiamo con l’espressione ‘te lo risparmio, te lo evito’, anche ‘ti perdono/evito una pena’. Dio non evita (esclude) nessuno dall’essere amato.

Per addentrarci ancora di più in questi concetti bisogna tener conto di un’altra cosa. Essendoci uguaglianza tra Dio e Amore, l’amore è quella forza che «muove il sole e l’altre stelle» [3]; ciò significa che l’amore è la legge primaria dell’universo, la forza inesauribile che fa sì che l’universo esista. Una forza fisica, non astratta. Da ciò deriva che l’unica vera legge fisica dell’universo è l’amore di Dio.


Secondo la visione medievale, l’uomo soffre di un grave difetto che è il peccato originale. Da tale handicap può risollevarsi con l’aiuto di Dio, e solo se ci mette una buona dose di impegno. In cosa consiste questo impegno? Nell’obbedire alla legge di Dio, nel sottomettersi a lui. Ai nostri occhi, una simile affermazione può sembrare irritante, ma basta sostituire la parola Dio con la parola Amore per leggerla in modo diverso. Per l’uomo del Trecento tutto l’universo obbedisce all’amore, ogni cosa viene perciò trascinata verso Dio che è il punto di attrazione universale. Esiste però un altro polo che, all’opposto, trascina verso il basso ed è il punto più lontano da Dio: il centro della Terra, il Cocito. Quindi l’uomo, nel suo obbedire all’amore, può volgersi verso l’alto (Dio) o verso il basso (Satana).

Satana ha una sua forza di attrazione (gravitas) perché è comunque figlio di Dio, anche se reietto, ed esercita tale forza su di noi che siamo fatti di materia e rechiamo in noi stessi il peccato originale, un fardello che rende più faticoso il nostro cammino.


Ora, la dinamica è questa: seguendo le sette virtù – Fede, Speranza, Carità (Amore), Prudenza (Saggezza), Giustizia, Fortezza (Coraggio) e Temperanza (Moderazione) – noi possiamo innalzarci fino alla massima gloria concessa a un cristiano, cioè vedere Dio. Se invece decidiamo di seguire i vizi – Superbia, Accidia (Pigrizia), Lussuria, Invidia, Ira, Gola, Avarizia –, ci inabissiamo verso il centro della Terra, verso il male.

Quando si parla di vizi, nell’Inferno e nel Purgatorio, non dobbiamo interpretarli come dei peccatucci in cui è facile incorrere, ma come veri e propri difetti dell’anima. Se attraversando il girone dei golosi vedo esempi di uomini e donne che hanno troppo amato il vino o il cibo, non devo pensare che Dante se la prenda con gli obesi e con gli alcolizzati; no, egli sta stigmatizzando la nostra incontinenza che ci impedisce di seguire una delle sette virtù che avvicinano a Dio, la Temperanza.

Se dico che tutto l’universo segue di necessità l’amore, potrebbe sembrare che mi sia messo a contestare il libero arbitrio che Dio avrebbe donato agli uomini, ma così non è. Per i padri della Chiesa, a cominciare da sant’Agostino, un uomo non può scegliere il male, nessuno può liberamente volgersi al male; se lo fa, è per ignoranza del bene. Nessuno che conosca il bene può da esso allontanarsi perché il bene per un cristiano non è qualcosa di intangibile, di astratto, ma è ciò che egli egoisticamente desidera, ciò a cui il suo essere tende. Se un uomo è veramente libero, non può che scegliere l’amore, perché è solo l’amore ciò che veramente vuole con tutte le sue forze. I peccati (tra cui l’ignoranza) sono catene che ci impediscono di scegliere liberamente.


‘Morte’ è l’ultima parola di cui voglio brevemente parlare qui. Al di là della morte fisica, che pure non era intesa come evento esclusivamente negativo, come oggi, poiché era il passaggio obbligato verso l’aldilà (e quindi potenzialmente verso il paradiso), esisteva, per la mistica medievale, la morte dell’errore e la morte nell’errore. Una piccola differenza morfologica per una enorme differenza semantica. La morte nostra (fisica) nell’errore e quindi senza speranza di salvezza era il vero incubo del cristiano medievale, il morire senza aver avuto la possibilità di liberarsi dei propri peccati. Ma la morte dell’errore era la morte dei nostri peccati, capace di garantire la salvezza dell’anima. In ogni caso, la morte è vista come passaggio. Dice san Paolo nella Lettera ai Romani: «È assurdo! Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso? O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» [4].


Spesse volte, nella Commedia, Dante è colto da un malore emotivo che è simile a morte, ma sempre egli si risveglia per continuare il cammino. Questa idea che il nostro vecchio io debba morire per la nostra crescita spirituale, o rinascita, è fondamentale in tutta la dottrina cristiana. Solo chi persevera nell’errore avrà la dannazione eterna, ma anche il più grande peccatore può salvarsi se rinuncia alla vita nell’errore. Sempre nel passaggio sopra citato della Lettera ai Romani, si parla di vita nuova («et nos in novitate vitae ambulemus»), e Vita Nova è uno dei testi più famosi di Dante.


Come nella pittura coeva, al poeta medievale non interessava portare avanti un discorso personale, soggettivo, come poi faranno i romantici con la loro passione per l’individuo. Niente è più lontano dalla mentalità medievale. Quando per esempio si parla di donna, di amore per la donna, quando Dante parla di Beatrice, non lo si deve affatto intendere in senso romantico. La donna è, di volta in volta, la sapienza, la Chiesa, Gesù. Se nel XXX canto del Purgatorio trovo scritto «Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’», rivolto a Beatrice che sta arrivando su un carro trainato da un grifone, non siamo davanti a un errore del latino di Dante, che a rigore dovrebbe scrivere benedicta, ma a uno stratagemma per far intendere che non di Beatrice si parla, ma di Cristo che appare allegoricamente nei panni della donna desiderata. E non desiderata per brama sessuale, ma agognata come si agogna la sapienza e la salvezza.


«Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand’ella altrui saluta»: potremmo essere davanti a un’allegoria e non a un semplice quadretto romantico dell’epoca comunale. Non si capirebbero altrimenti i molti sonetti stilnovisti che ci sono arrivati, i quali, oltre a essere francamente brutti e legnosi, appaiono al nostro sguardo oscuri, enigmatici. Prendiamo questo sonetto, attribuito da alcuni critici a Dante stesso:


     Deh piangi meco tu, dogliosa petra,

     perché s’è Petra en così crudel porta

     entrata, che d’angoscia el cor me ‘npetra;

     deh piangi meco tu che la tien morta!


     Ch’eri già bianca, e or se’ nera e tetra,

     de lo colore suo tutta distorta;

     e quanto più ti priego, più s’arretra

     Petra d’aprirme, ch’io la veggia scorta.


     Aprimi, petra, si ch’io Petra veggia

     come nel mezzo di te crudel, giace,

     ché ‘l cor mi dice ch’ ancor viva seggia,


     Che se la vista mia non è fallace,

     il sudore e l’angoscia già ti scheggia

     petra è di fuor che dentro petra face. [5]


Qui la critica dice che il poeta è disperato per la morte della sua amata e chiede che venga aperta la tomba perché la possa vedere un’ultima volta e tanto è disperato che la crede viva. Abbastanza lugubre e piuttosto improbabile. Se invece sostituiamo al sostantivo ‘petra’ la parola ‘Chiesa’ e al nome ‘Petra’ il nome ‘Pietro’, è probabile che il significato divenga più chiaro. Non dimentichiamo che questi poeti, gli stilnovisti, vedevano la Chiesa in quel tempo più o meno come un covo di vipere, un tradimento continuo alla vera parola del Vangelo.

Dante insiste più volte su una questione. Esiste, nella Commedia come in tutte le cose, un significato letterale, uno allegorico e infine uno anagogico [6]. Accanto al significato letterale, dunque, si dà un significato altro, segreto in un primo momento, e un terzo spirituale. Tale pluralità di significati non era esclusiva di Dante, ma era tipica della cultura medievale. Ecco perché l’arte del Medioevo appare ai nostri occhi quasi stilizzata o per dir meglio idealizzata nelle forme e non realista, perché non era intenzione degli autori dire qualcosa sul mondo. L’intento era di esprimere concetti e forse di comunicare segretamente un messaggio a chi lo sapeva interpretare.

Quindi il sonetto citato prima – che lo abbia scritto Dante o un altro poeta poco importa – si configura come un appello alla Chiesa a che ritrovi lo spirito di Pietro. Non c’è nessuna donna sepolta prematuramente che sta soffocando, ma è la Chiesa a essere sepolta nel peccato tanto da rischiare di far morire lo spirito originario che ancora il poeta può vedere.

Pensare a un Dante che scriva un sonetto per far mostra di sé è quanto di più lontano si possa immaginare dallo spirito del tempo. Da quello che sappiamo, l’Alighieri uomo non era certamente un modesto, ma avere cognizione del proprio valore non è essere superbi.



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[1] Guido Guinizelli, Rime.

[2] Dante Alighieri, Vita Nova, cap. XX.

[3] Paradiso, XXXIII canto.

[4] San Paolo, Lettera ai Romani, 6.

[5] Dante Alighieri, Rime [rime dubbie, IV].

[6] Vedi l’epistola XIII a Cangrande della Scala.

[7] Anche Benedetto Croce dovette ammettere che «Piuttosto che poesie, i componimenti di Dante si direbbero atti d’un culto, adempimenti di riti, cerimonie, drammi liturgici».

[8] Rigetto la tesi di alcuni commentatori che vuole Petra un’anti-Beatrice.


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Il testo è tratto dalla conferenza tenutasi l’8 agosto 2019 al festival «Seetaler Poesiesommer» di Fahrwangen, in Svizzera


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Immagine di copertina: William Blake, Beatrice si rivolge a Dante da un carro, 1824-1827


05/10/2021