Maria Grazia Calandrone, “Giardino della gioia” (Mondadori, 2019)

di Davide Toffoli

L’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone si configura come un inno al molteplice, a un reale conteso da forze aggreganti e disgreganti. È poesia dichiaratamente ‘anarchica’, fatta di ritmo, di musica. Ma anche se la volontà è quella di partire da una dimensione onirica e originaria («eri il sogno di un sogno, un sogno che veniva / da prima della vita»), fin da subito appare evidente l’attenzione riservata a ciascun elemento o istante necessario a comprendere che niente «è perduto per sempre».

Siamo catapultati nel bel mezzo del viaggio-vita, di un «esercizio per tornare / al tuo corpo», di un rito di rinascita. Il poeta propone la strada della ‘con-fusione’ creatrice, del brodo primordiale. Il suo giardino è allora seme dell’intero universo, in cui «trema ogni molecola di quest’unica anima che siamo / tornati a essere». C’è dell’altro, però. C’è violenza, morte in questi versi. Più che una sterile dialettica, è una energica coesistenza di contrari («Ditele che se uscivano / angeli e diavoli dalla sua bocca, / io vedevo soltanto la sua bocca»).

 

Divampano fiamme in Intelletto d’amore, terza sezione dell’opera, dove parole-verso, prosa poetica e giornalistica (per l’attinenza ai fatti) rivelano una sensibilità linguistica ed emotiva fortemente eterogenea. I testi, come in Poesia in forma di rosa di Pasolini, sono spesso giustificati al centro, quasi a tentare un equilibrio, una simmetria espressiva; e quando ciò non accade, regalano strappi di vera intensità.

Se qui si percepisce una ‘stilnovistica’ esigenza di accordare vibrazione personale e cosmica, in Tempo reale, invece, emerge soprattutto la ‘relatività’ di uno sguardo («Non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo») che sa farsi compassionevole e accogliente. Si attraversano gli affetti, si creano ponti suggestivi tra le perplessità del presente e le pitture rupestri di Lascaux.

 

Poesia d’amore è poesia politica, ci dice la Calandrone. È persistenza della gioia e del bene manifesti pure in lontananza. Un muoversi, uno «slittamento di tutto l’essere / verso il centro del caos».

In quanto vuoto primordiale, il kháos – da connettere a khásma (‘voragine’) e khaíno (‘essere aperto, spalancato’) – è l’esatto opposto del disordine. Ce lo insegna la fisica. Non esiste infatti un sistema più armonico e organizzato: ad ogni singola particella corrisponde un’antiparticella. Ma se, per una minima fluttuazione quantistica, il meccanismo si inceppa, si produce uno spazio-tempo in espansione. Che sia l’amore, in fin dei conti, ad allargare «i confini / delle nostre persone»? E poi perché?

 

«L’amore chiede una risposta reale, è fatto di materia che incontra altra materia / e si modifica. Così, apprendiamo l’inimmaginabile. Altrimenti ci abituiamo alla morte. / La morte è quando non succede più niente». Ed ecco che, riaffermata la parte oscura, troviamo donne dalle esistenze distrutte, quotidianità stordite dalle benzodiazepine, madri-mostro e madri-vittime. Sono voci spesso note alla cronaca nera, nei cui confronti l’autrice mostra empatia, trasporto. «Sei l’amore che torna dal tempo come il primo dolore / sei il più lungo dolore». Il Giardino della gioia, come il caos primordiale, accoglie tutto, persino il male. Perché non ci si può sottrarre al confronto, che viene portato avanti con più veemenza nella sezione Spam Poetry, dove la sperimentazione è maggiore.

La sosta dura sempre poco. Si torna presto alla dimensione della gioia e della ‘pietas’, alla vita presentata come ordigno o sogno, a un’ampliata percezione di sé e alla dedizione per le piccole futili cose («Impara a fare le poesie come si fa il pane. / Impara a fare il superfluo»). Ma una ritrovata autonomia non è in grado di impedire che altre voci ricomincino a schiantarsi.

 

Procediamo, quindi, su binari diversi, spesso antitetici: dall’indagine sul male – che volendo imporre la parola fine, scinde e produce energia – alla gioia in quanto capacità di reazione ‘fisica’. Non c’è un luogo privilegiato, nessuna logica gerarchica: nel Giardino inevitabilmente ci si moltiplica in «miliardi / di continenti inesplorati». È un gioco di specchi infranti, con la complessità dell’io lirico (personale e pluripersonale, proteso verso l’alto e verso l’altro) che riflette quella del reale. In fondo basta lasciare «una riga di bellezza / su un foglio bianco, o in uno sguardo umano» per dire la giornata «compiuta». E se l’amore esige «una risposta reale», non avrà che questa, la sola possibile: la luce del bello che è (keatsianamente) luce del vero nel cuore dell’uomo e del mondo.